Zagaria con un accappatoio tentò di uccidersi in cella. Dopo si sfogò con un ispettore: gli rivelò di avere a cuore una ragazzina di 14 anni che considera una figlia

Si legò un’estremità dell’accappatoio al collo e l’altra alle sbarre delle celle. Il poliziotto intervenne tempestivamente. Gli liberò la testa dalla fune improvvisata e lo invitò a sedersi sullo sgabello in legno che aveva in dotazione.

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Caserta - 7 dicembre 2011- arrestato il super latitante Michele Zagaria boss del casalesi.

CASAEPSENNA – Nel carcere di Opera Michele Zagaria non avrebbe solo distrutto telecamere, preso a schiaffi gli agenti e dispensato minacce a destra e a manca. Qualche mese prima di andare in escandescenze, avrebbe avuto un crollo totale, un cedimento che lo spinse a sfogarsi con un ispettore del Gom (Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria).

L’accappatoio

Il 9 febbraio scorso il boss di Casapesenna tentò di suicidarsi. Si legò un’estremità dell’accappatoio al collo e l’altra alle sbarre delle celle. Il poliziotto intervenne tempestivamente. Gli liberò la testa dalla fune improvvisata e lo invitò a sedersi sullo sgabello in legno che da detenuto aveva in dotazione.

Lo sfogo di Capastorta

Capastorta spontaneamente iniziò a parlare. Un fiume in piena. Il suo fu un vero e proprio monologo.  Raccontò di essere un soggetto capace di compiere gesti violenti. Motivò quell’affermazione raccontando di quando aveva stretto contro la parete uno psichiatra. E in altre circostanze era stato in grado di rompere il vetro di una finestra e di aggredire pure uno dei responsabili delle struttura detentiva. All’ispettore confidò anche di aver a cuore una ragazza di circa 14 anni, una nipote che però considera una figlia. Ma della giovane, da mesi, non aveva più notizie.

“Non mi pentirò mai”

Si lamentò degli arresti delle sorelle. Indicò alcuni familiari ritratti nelle foto appese alla parete. Ma di pentirsi non ne voleva sapere. Anzi, criticò la collaborazione con la giustizia di Giovanni Brusca e trovò il tempo per considerare poco genuina quella di Antonio Iovine. “Se è realmente pentito deve dire tutta la verità, deve narrare anche misfatti che lo riguardano in prima persona e restituire tutti i proventi di cui è entrato in possesso”.

I suoi canali di comunicazione con l’esterno, dopo l’operazione Nereidi (condotta dalla Dia di Napoli), che nel dicembre del 2017 ha coinvolto la sorella Beatrice, tuttora in carcere per camorra, e le tre sue cognate, accusate di ricettazione, si sono ridotti drasticamente. Il delfino Filippo Capaldo è in prigione. E’ libero, invece, il fratello Carmine.

A gennaio, un mese prima del tentato suicidio in cella, mentre era in video collegamento da Opera con il tribunale di Napoli, il boss, ripreso dalle telecamere della Rai, simulò di impiccarsi usando il filo del telefono.

La lettera a Beatrice

Nel giugno del 2016, invece, in una lettera (CLICCA QUI PER LEGGERLA) inviata proprio a Beatrice, annunciò la sua intenzione di collaborare. A frenarlo fu la donna, durante i colloqui in prigione.

Nel maggio scorso un ulteriore segnale della debolezza del capoclan: le aggressioni e le intimidazioni a medici e agenti che hanno portato la procura di Milano ad indicarlo per violenza e minacce.  Dopo quegli episodi Michele Zagaria è stato trasferito. Ha lasciato la prigione lombarda per raggiungere il carcere di L’Aquila

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