La Corte Costituzionale boccia la Renzi-Orlando, si torna al segreto investigativo

Ennesima topica del vecchio governo Renzi, abrogato l'obbligo di riferire ai superiori il contenuto delle indagini: così la politica 'controllava' la polizia giudiziaria.

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Foto LaPresse/Giacomo Maestri 09/09/2018 Bologna (Italia) Cronaca Italia, Festa dell'Unità Bologna presso Padiglione 35 Fiera di Bologna Nella foto: Matteo Renzi Photo LaPresse/Giacomo Maestri September 09, 2018 Bologna (Italy) News Italy Festa dell'Unità Bologna at Fiera di Bologna. In the picture: Matteo Renzi

BARI – Era una delle leggi che il governo Renzi aveva approvato senza sventolarle troppo. Anzi, era stata infilata quasi di soppiatto in un decreto delegato. Non era comunque mancata l’indignazione di magistrati e poliziotti. Ora tuttavia l’obbligo per gli investigatori di tutta Italia di riferire ai loro capi le notizie contenute delle indagini viene cancellata dalla Corte Costituzionale. Ieri e infatti stato accolto il ricorso presentato dal procuratore di Bari, Giuseppe Volpe.

Contro la Costituzione

La legge Renzi-Orlando (a firmarla fu il guardasigilli dell’epoca, Andrea Orlando) viola la Costituzione perché mette di fatto i pubblici ministeri sotto il controllo del governo. Così si costringe la polizia giudiziaria a riferire tutto alla scala gerarchica. Questo consente al potere politico di condizionare troppo direttamente quello giudiziario. Perché dai vertici di polizia, carabinieri e guardia di finanza, le notizie approderebbero fatalmente al ministro di turno.

Legge emanata per “evitare le duplicazioni”

Molto si era detto, all’epoca della emanazione della legge, sul movente del governo Renzi nel mettere sotto controllo gli investigatori. Erano state persino evocate le indagini che avevano coinvolto la famiglia dell’allora premier. Fughe di notizie in direzione degli alti gradi e del milieu governativo.

Ufficialmente, il governo giustificò la norma con l’esigenza di “evitare duplicazioni e sovrapposizioni delle indagini”. Ma il testo andava ben più in là. La legge prevedeva  che “indipendentemente dagli obblighi prescritti dal codice di procedura penale” (cioè dal segreto investigativo) “ciascun presidio di polizia interessato trasmette alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato alla autorità giudiziaria”.

La sentenza dopo un anno e mezzo

Il procuratore di Bari nel luglio 2017 sollevò conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, sostenendo che l’obbligo di riferire ai vertici viola gli articoli 109 e 112 della Costituzione, che stabiliscono rispettivamente l’obbligatorietà dell’azione penale e il controllo diretto della polizia giudiziaria da parte dei pm.

Per il procuratore “si violava il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge”

La polizia giudiziaria, scrisse il procuratore Volpe nel suo ricorso, è la chiave di volta del sistema investigativo: controllando lei si controllano le indagini. “Disinvoltamente” e “irrazionalmente”, secondo Volpe, si viola così anche il principio della uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Si consente così al potente, a differenza dell’uomo qualunque, di sapere se qualche Procura sta scavando su di lui.

Si torna al segreto investigativo

La sentenza della Corte Costituzionale (relatore il giudice Nicolò Zanon) dà ragione alla Procura di Bari e torto al governo Renzi. La norma viene abrogata, si torna al segreto investigativo. Con un dettaglio che apre però uno spiraglio poco noto. La legge del 2016 riprendeva infatti, estendendola a tutte le forze di polizia, una norma contenuta nel Testo unico dell’ordinamento militare, che all’articolo 237 prevede per i carabinieri un obbligo pressocchè identico. Ma di questa norma nessuno ha mai contestato la legittimità, e pertanto resta in vigore.

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