Peppe Barra: storia e tradizioni di Napoli nella Cantata dei Pastori

Barra: “E’ un pezzo di cultura, merita di essere studiata a scuola”

446

NAPOLI (Angela Garofalo) – Nella celebre arte teatrale napoletana merita una menzione speciale ‘La Cantata dei Pastori’. Simbolo del teatro musicale partenopeo, e scritta oltre tre secoli fa, potrebbe diventare presto patrimonio immateriale dell’Umanità. E’ stato infatti presentato il progetto per ottenere questo ambito riconoscimento.

Il testo dell’opera risale al 1698, ed è stato ideato per contrastare la ‘diabolica’ commedia dell’Arte, che allontanava dalle ricorrenze religiose il popolo napoletano. Nei secoli ‘la cantata’ divenne ‘blasfema’, tanto che ne fu sospesa la rappresentazione nel 1889 con un editto cardinalizio. Tra versi arcadici e lazzi scurrili, lingua colta e dialetto, sentimento cattolico e rito pagano, la storia racconta le traversie di Giuseppe e Maria. Ripresa nel 1974 fu proposta al grande pubblico da Roberto De Simone, fin quando, quarant’anni fa, il testimone è passato nelle mani di uno dei massimi esponenti della secolare arte napoletana: Peppe Barra.

Una storia tribolata quella de ‘La Cantata dei Pastori’, che diviene storia nella storia. La messa in scena nel corso dei secoli è stata riadattata più volte. L’opera sarà in scena fino al 6 gennaio al teatro Politeama di Napoli, con allestimenti innovativi ma fedeli alla tradizione.

A Napoli non è Natale senza ‘La Cantata dei Pastori’. Ed ogni anno lo spettacolo torna per abbracciare il pubblico che la ama da sempre. Narra il difficile viaggio di Giuseppe, interpretato da Andrea Carotenuto, e Maria Vergine, interpretata da Chiara de Girolamo, per raggiungere Betlemme.

La coppia dovrà superare tanti ostacoli prima di trovare rifugio nella grotta della natività. Durante il viaggio, saranno accompagnati da due figure napoletane, ‘Razzullo’, scrivano assoldato per il censimento, interpretato da Peppe Barra protagonista e regista dello spettacolo e, da ‘Sarchiapone’, barbiere pazzo in fuga per omicidio, interpretato da Rosalia Porcaro.

Peppe Barra nasce a Roma nel 1944, figlio di Giulio Barra, fantasista e artista del Varietà, e dell’indimenticabile Concetta, cantante del mondo etnico campano. Affascinato dal mondo del teatro fin da piccolo coltiva l’innato istinto della mimica, la sua bellissima voce e la presenza scenica che contribuiranno nel corso degli anni, a trasformarlo in cantante e attore di notevole spessore. Cantore della moderna napoletanità e giullare della tradizione popolare, che rivisita con estro e spirito innovativo, è narratore di storie antiche e di favole immortali. Attore, musicista, cantante, cabarettista è, senza alcun dubbio tra i più affascinanti artisti che Napoli abbia regalato alla scena internazionale. Insieme a Nunzio Areni, musicista, ricercatore e profondo conoscitore di musica e del teatro musicale del ‘700 napoletano, e promotore della candidatura de ‘La Cantata dei Pastori’ come bene immateriale Unesco, racconta l’opera e i nuovi progetti in cantiere.

(A Peppe Barra) Da oltre quarant’anni ‘La Cantata dei Pastori’ non esiste senza Peppe Barra. Una eredità storica come questa, oltre al prestigio, quanto lavoro richiede? 
Parecchio, tanti e tanti giorni di prove. Un lavoro assiduo, attento e costante. Con l’orchestra, la fonica, le luci. E’ un lavoro molto impegnativo.
Un testo che è stato sfoltito e attualizzato: lo definirebbe al passo con i tempi ma nel segno della tradizione?
Sempre. Perché ‘La Cantata dei Pastori’ è un calderone. Per quest’opera ci sono sempre stati dei rimaneggiamenti. A partire dal 1800 e fino ad oggi. Addirittura negli anni Cinquanta Sarchiapone cantava le canzoni in voga del Festival di Napoli o del Festival di Sanremo. Quest’opera ha 400 anni.
Che sono storia, fede e tradizione. Dovrebbe entrare nei libri di testo delle scuole e invece…
Ecco, questo bisognerebbe chiederlo ai docenti. Mi sono sempre chiesto perché entrando nelle librerie ho trovato ‘Così parlo Bellavista’ e non ho trovato ‘Il Pentamerone’ di Giovanbattista Basile o ‘La Cantata dei Pastori’. O tante altre opere della nostra tradizione popolare e colta. Si tratta di un pezzo di grande cultura. Mi sono sempre posto questa domanda. Chiediamolo un po’ al ministro della Cultura oppure ai docenti.
(A Nunzio Areni) E’ notizia di questi giorni candidare ‘La Cantata dei Pastori’ a patrimonio immateriale dell’Umanità. Dopo 400 anni: meglio tardi che mai?
In effetti sì. C’è stata questa grande occasione della Regione Campania che aveva fatto un bando dedicato alle candidature di alcune attività, soprattutto quelle culturali. E noi, insieme al Conservatorio di musica di Napoli e di Avellino e, al Dipartimento della musica colta ed extra colta popolare, abbiamo fatto questo progetto per la candidatura. Progetto che risale a settembre. Adesso c’è un secondo passaggio, cioè, entro il 31 dicembre l’iscrizione definitiva all’elenco del patrimonio che verrà candidato nel 2019 all’Unesco.
Cosa si sta muovendo di preciso per questa candidatura?
Al di là degli iter, che sono quello burocratico dell’Unesco, e quello della Regione Campania che dispone di un comitato di valutazione, il piano è composto da illustri personaggi. Il progetto de ‘La Cantata dei Pastori’ consisterà nella divulgazione del fenomeno del teatro musicale napoletano che fa parte dell’opera. Ci saranno delle attività di formazione, dei master, pubblicazioni editoriali. Un periodo di grande ricerca legata al teatro tradizionale della cosiddetta fiaba popolare. I requisiti sono importanti, bisogna avere almeno una storicità di 50 anni, e ‘La Cantata dei Pastori’ ne vanta oltre trecento. Poi negli ultimi cinquant’anni è stata messa in atto da artisti del calibro di Roberto De Simone e Peppe Barra, fino ad arrivare alle rielaborazioni più recenti che contribuiscono a rendere l’opera un interessante oggetto di studio.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome