Migranti, l’ipocrita battaglia tra buoni e cattivi

Foto Andrea Di Grazia/LaPresse 22-8-18 Catania cronaca Terza notte di attesa al porto di Catania per i 177 migranti a bordo della nave Diciotti Photo Andrea Di Grazia/LaPresse 22-8-18 news Catania Third night of waiting at the port of Catania for the 177 migrants aboard the ship Diciotti

La linea dura adottata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini sull’immigrazione, la presa di posizione sulla vicenda Sea Watch e ancora prima su quella Aquarius degli esponenti del governo giallo-verde, non spaccano solo il Paese, ma l’anima di tanti. Le immagini dei piccoli avvolti dalle braccia di padri e madri, le lacrime sui volti trasformati in maschere di dolore e terrore dalla stanchezza di tanti giorni su un barcone, sono anche la fotografia dell’inadeguatezza delle scelte fatte per far fronte all’emergenza migranti ovunque, non solo in Italia, da sempre. La straordinarietà del ‘fenomeno’, le morti in mare, la fuga da posti non più sicuri, lo sbandamento di fronte all’immensità del mare e all’incertezza di ciò che sarà, dovrebbero mettere in moto contemporaneamente cuore e cervello e non l’uno o l’altro. E invece tutto si riduce alla battaglia ipocrita tra buoni e cattivi che non sono mai davvero né l’una né l’altra cosa. I primi, pronti a stracciarsi le vesti (solo metaforicamente), favorevoli all’accoglienza a tutti i costi. E pazienza se il futuro di chi arriva è l’eterno fermo immagine di un immigrato con il cappello in mano, infreddolito all’angolo di qualche strada del centro, di una indefinita città che gli apre le porte per renderlo ‘invisibile’, nasconderlo tra cartoni o coperte malandate sotto  un ponte o un porticato, rendendolo ‘fastidioso’ e perfino ‘indecente’ agli occhi dei passanti. E pazienza se sugli ultimi arrivati sono proprio i buoni, talvolta, a lucrare, lasciandogli a disposizione solo briciole rispetto a ciò che gli sarebbe dovuto. Loro, i buoni, sono gli stessi che “Accoglierli è il minimo”. In effetti non solo lo è, ma è l’unica cosa che si è in grado di fare, anzi più che accoglierli si tratta di ‘raccoglierli’. Come si fa se cade una carta sul pavimento di casa destinata alla pattumiera. In Italia non siamo capaci di fare di più, a parte qualche bella eccezione che anche c’è. Poi, ci sono i secondi, i cattivi, quelli che sono stati votati dai cittadini che negli extracomunitari, nei migranti, nei profughi vedono una minaccia, il pericolo, il crimine. E pazienza se, numeri alla mano, il diverso a volte è migliore di chi gli sbatte la porta in faccia, lo deride e lo accusa delle peggiori nefandezze. ‘Porti chiusi, ognuno resti a casa sua’ (anche se questa non è più sicura) è il mantra ripetuto che fa da sottolineatura all’abbrutimento dell’animo umano. Ma è anche un’ammissione di incapacità, inadeguatezza sul piano politico e governativo. È la resa di chi usa il pugno di ferro per allontanare la paura che si scopra che la battaglia per rendere il mondo un posto più giusto, migliore non è impossibile da vincere, ma solo più faticosa rispetto a mantenere le cose così come sono. È l’estremo tentativo di difendere la propria mattonella di mondo per evitare che questa cambi aspetto, come se il cambiamento portasse con se sempre e solo presagi negativi. Tra buoni e cattivi ci sono anche gli indifferenti, quelli di Moravia, quelli che non provano niente dinanzi al declino, e i sognatori. Per fortuna ci sono anche loro, quelli che non hanno smesso di credere che la politica, senza distinzione in destra, sinistra o centro, dimostri che tutto si può fare se cuore e cervello viaggiano insieme perché ci sono cose difronte alle quali le ideologie si possono mettere da parte perché in gioco non c’è il futuro di un singolo ma del senso di umanità, quello smarrito dai ben pensanti e dai mal pensanti in egual misura.

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