Clan dei Casalesi e rifiuti, il braccio destro del boss inguaia gli imprenditori

Le dichiarazioni dell'ex affiliato depositante nel processo in corso dinanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere

Foto LaPresse - Marco Cantile - Operazione contro il clan dei Casalesi

Gli Orsi e l’affare rifiuti: un binomio che ha preso forma e forza con l’Eco4, ma che non si sarebbe arreso alla ‘fine’ dei consorzi. Anzi, avrebbe tentato di sopravvivere alle inchieste sulla monnezzopoli casertana. Ed infatti dopo gli arresti, i sequestri e le sentenze, secondo la Dda, nel 2009 proprio gli Orsi cercarono di ri-tuffarsi nel business dell’igiene urbana. A raccontare i loro (presunti) tentativi imprenditoriali è stato Francesco Barbato, ex uomo del clan dei Casalesi e braccio destro di Nicola Schiavone. Lo ha fatto nel corso del dibattimento a carico di Anna D’Errico, moglie di Salvatore Di Puorto, e Andrea Diana (condannati in primo grado per reimpiego di capitali illeciti e intestazione fittizia di beni).

Le dichiarazioni

Il verbale dell’udienza dove ha parlato il pentito è stato depositato dal pm Alessandro D’Alessio in un altro processo, in corso a Santa Maria Capua Vetere, a carico di Sergio Orsi e del figlio Adolfo. “Non ricordo se era il 2010 o il 2009, Salvatore Di Puorto (non coinvolto nell’inchiesta, ndr.) – dichiarò Barbato in aula – venne da me e mi disse che c’erano Orsi e un cugino o il figlio, adesso non ricordo chi era. Comunque erano andati, tramite un loro amico, da Benito (Natale, ndr.) di Grazzanise. Erano andati a dire che volevano una mano per ricominciare a lavorare con i loro mezzi, cioè per l’immondizia sulla zona. Allora Salvatore venne da me e disse:‘Senti, ci stanno questi Orsi che sono andati da Benito e vogliono iniziare a lavorare con i loro camion della spazzatura. Vogliono iniziare un’altra volta, quindi se gli possiamo dare un mano. Hanno detto che loro stanno a disposizione, possono fare anche solo il noleggio degli automezzi e, poi, il resto prendiamo tutto noi. Loro mettono la ditta, fanno la ditta daccapo’ e il resto lo prendevamo io, lui… Salvatore Di Puorto e Benito”.

L’udienza

La circostanza è stata riferita dal collaboratore lo scorso maggio dinanzi al collegio presieduto dal giudice Loredana Di Girolamo. Barbato, rispondendo alle domande del pm Maurizio Giordano, manifestò anche la sua preoccupazione nel mettersi in affari con gli Orsi. “Io gli dissi (a Di Puorto, ndr.): ‘Che ne so, questi hanno ucciso al fratello, che ne sappiamo se questo prima si fa dare una mano e poi ci denuncia o qualcosa […] Successe che lu venne da me e disse:‘Noi facciamo una cosa nostra – disse Salvatore – così non dobbiamo dare a nessuno… questo e quello…’. Al che gli dissi: ‘Vabbè, se non dobbiamo fare niente, non dobbiamo cacciare soldi e non dobbiamo fare niente, vai avanti e veditela tu”.

Ma il business non avrebbe fruttato subito guadagni. Barbato raccontò che Di Puorto con lui fu chiaro: non avrebbe dovuto credere che entro pochi mesi avesse iniziato “a vedere i soldi”. “Salvatore – proseguì il pentito – mi disse: ‘Noi, ad un certo punto, se facciamo una società pulita e gli facciamo passare tutti i mezzi su questa società, noi agli Orsi li togliamo proprio di mezzo e gestiamo tutto noi”. Il pentito aggiunse di aver informato pure Nicola Schiavone del progetto. E il figlio di Sandokan lo avrebbe messo in guardia: “Stai attento – disse a Barbato – perché a questi Peppe Setola gli ha ucciso il fratello e non sai a chi vai a finire. Però se va tutto bene mi fa piacere per voi che avete un’entrata da un’altra parte”. Le conoscenze del ras degli Schiavone sulla vicenda rifiuti si fermano ad un successivo incontro avuto sempre con Di Puorto, durante il quale quest’ultimo gli avrebbe garantito che entro pochi mesi il piano si sarebbe concretizzato. “Poi mi arrestarono – concluse Barbato – e non so come è andata a finire”.

Le imputazioni

Gli Orsi, assistiti dall’avvocato Carlo De Stavola, sono a processo dinanzi al presidente Giovanni Caparco, con Enzo Papa, 59enne di Grazzanise, ex poliziotto, difeso dal legale Francesco Parente, e Antonio Mone, 51enne di Alife. I quattro sono accusati di intestazione fittizia di beni aggravata dalla finalità mafiosa. Sergio Orsi, reale titolare della Flora Ambiente, avrebbe ceduto un ramo d’azienda alla Sia srl, “anch’essa – ritiene la Procura – a lui sostanzialmente riconducibile”. L’obiettivo, per gli investigatori, era evitare “interventi di ablazione patrimoniale che potevano derivare dal coinvolgimento dell’Orsi” nell’inchiesta ‘Eco Quattro’. Papa e Mone sarebbero coinvolti nella vicenda rispettivamente nei ruoli di amministratore e socio della Sia. Adolfo Orsi, invece, in veste di ‘liquidatore’ e rappresentante della Flora Ambiente.

La presunta intestazione fittizia viene contestata ai quattro anche in relazione ad un secondo episodio, in concorso con Benito Natale (pentito), 44enne di Grazzanise: con ruoli diversi avrebbero fatto entrare l’attuale collaboratore di giustizia come socio occulto nella Sia. Gli Orsi, Natale, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Tessitore, Francesco Salzano, 44enne di Santa Maria la Fossa, e Ugo di Puorto, 72enne di San Cipriano d’Aversa (padre di Salvatore), difesi dai legali Paolo Raimondo e Giuseppe Stellato, rispondono anche di estorsione. Per la Dda avrebbero costretto due imprenditori a rinunciare ad una somma precedentemente pattuita “quale corrispettivo per il deposito” su alcuni terreni dei veicoli della Flora Ambiente.

Il presidente Caparco nei prossimi giorni dovrà decidere se accogliere o meno le dichiarazioni di Barbato nel fascicolo dibattimentale. Natale è già stato giudicato in primo grado con rito abbreviato.

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