Medicina: scoperte molecole per rallentare il Parkinson

La scoperta è griffata Italia e lo studio è stato pubblicato su Nature Communications dai ricercatori dell'Università di Roma Tor Vergata, Fondazione Santa Lucia IRCCS e Università Campus Bio-Medico di Roma

ROMA – Scoperte molecole per rallentare il Parkinson grazie ad uno studio italiano e pubblicato su Nature Communications dai ricercatori dell’Università di Roma Tor Vergata, Fondazione Santa Lucia IRCCS e Università Campus Bio-Medico di Roma.

La scoperta

I ricercatori hanno scoperto che un ridotto livello di Resolvina, la Resolvina D1 causa la patologia. Per cui sono quindi intervenuti per riequilibrare la presenza di questa importante molecola nell’organismo animale rallentando così il processo neurodegenerativo. Valerio Chiurchiù, ricercatore dell’Unità di Biochimica dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e dell’IRCCS Santa Lucia, spiega che lo studio “ha visto anche la collaborazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Università degli Studi di Perugia, dell’Università di Tubinga in Germania e dell’Università di Harvard negli Stati Uniti”.

La proteina alfa sinucleina

“Lo studio – spiega Nicola Mercuri, Ordinario di Neurologia dell’Università di Roma Tor Vergata, coordinatore della ricerca – ci ha permesso di dimostrare che la proteina alfa sinucleina, nota per il ruolo chiave nello sviluppo della malattia di Parkinson, causa molto precocemente un cattivo funzionamento dei neuroni dopaminergici. Le conseguenze sono disturbi motori e cognitivi, ma anche un’aumentata neuroinfiammazione associata a ridotti livelli di Resolvina D1 che abbiamo osservato nel sangue e nel liquor di pazienti affetti da Parkinson, in cura presso il Policlinico di Tor Vergata”.

Il rimedio

Per questo motivo gli studiosi hanno somministrato ‘Resolvina D1’ in modelli di laboratorio e dopo due mesi di trattamento hanno notato una progressiva riduzione dello stato infiammatorio e del processo degenerativo della patologia, riducendone i sintomi. “I risultati dello studio – spiegano i ricercatori – offrono nuovi spunti non solo per l’individuazione di terapie efficaci ma anche nell’anticipazione dei tempi di diagnosi della malattia”.

Diagnosi tardive

“Ad oggi – spiega Marcello D’Amelio, Ordinario di Fisiologia Umana del Campus Bio-Medico di Roma e Responsabile del Laboratorio di Neuroscienze Molecolari dell’IRCCS Santa Lucia – la diagnosi di malattia di Parkinson avviene tardivamente, quando più della metà dei neuroni dopaminergici è già andata distrutta e non abbiamo terapie per rigenerarli. Essere riusciti a intervenire in laboratorio su un processo infiammatorio collegato a questa neurodegenerazione prima che i neuroni dopaminergici siano andati persi per sempre, fa ben sperare per future sperimentazioni cliniche in grado di rallentare o auspicabilmente arrestare lo sviluppo della malattia. È ragionevole ipotizzare che la presenza ridotta di ‘Resolvine’ in pazienti affetti da Parkinson possa in futuro servire anche come marcatore precoce della malattia”.

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