Il ras di Michele Zagaria torna a Casapesenna

Renato Piccolo lascia il carcere: ha ottenuto i domiciliari

Partendo dall'alto, in senso orario, il capoclan Michele Zagaria, i fratelli Antonio e Carmine, la sorella Gesualda, il nipote Filippo Capaldo, la madre Beatrice Zagaria, Carmine, il germano del padrino Pasquale e la sorella Elvira

CASAPESENNA – Si ripopola la base. E il braccio operativo del clan di Michele Zagaria rischia di riorganizzarsi. Nel giro di qualche anno chi ne ha fatto parte (e non ha incassato ergastoli) lascerà la prigione.

Nuova scarcerazione

Nei giorni scorsi è toccato a Renato Piccolo. Era in cella a Benevento, per estorsione. Il 47enne ha sulle spalle una condanna definitiva a 10 anni e 5 mesi, che avrebbe terminato di scontare nell’agosto del 2021. Ma il suo difensore, l’avvocato Paolo Caterino, per motivi di salute, facendo leva anche sull’emergenza coronavirus, è riuscito a fargli ottenere i domiciliari. La decisione è stata presa dal tribunale di Sorveglianza di Avellino. Non solo pizzo: su Piccolo pende pure una sentenza (non definitiva) a 6 anni per associazione mafiosa, emessa dalla Corte d’Appello di Napoli. Verdetto per il quale i giudici partenopei avevano deciso già a marzo di sottoporlo agli arresti cautelari in casa, sempre per le sue condizioni fisiche non ottimali. A tenerlo in prigione, quindi, da un mese, c’era soltanto la condanna irrevocabile per estorsione. Ma ad annullarla ci ha pensato la Sorveglianza. Adesso Piccolo si trova a Casapesenna.

Renato Piccolo

Ripopolamento

Il ripopolamento della base criminale è un problema. Non è un processo scontato, matematico. Ma riavere sul territorio fiancheggiatori e affiliati potenzialmente consente al clan di riprendere vigore. La magistratura e le forze dell’ordine non bastano. Serve che politica, associazionismo, scuola e chiesa siano nette: non devono lasciare spazio a zone grige. E’ necessario che condannino con coraggio e pubblicamente (facendo nomi e cognomi) le condotte (e gli autori) che per anni hanno trascinato Casapesenna e l’Agro aversano nel baratro dell’illegalità.

Segnali sbagliati

Il ripopolamento della base criminale è un problema. Un problema che rischia di diventare catastrofe se ‘fuori’, a far compagnia alla manovalanza, ci sono pure uomini e donne di vertice. Un problema che assume i panni della sciagura se lo Stato dà segnali sbagliati, come ha fatto con Pasquale Zagaria (assistito dagli avvocati Andrea Imperato e Angelo Raucci), fratello del capoclan Michele Capastorta: il Dap non sarebbe riuscito ad individuare (in tempo utile) una struttura carceraria capace (durante la pandemia) di garantirgli cure e controlli dopo aver subito un delicato intervento chirurgico. E la Sorveglianza, non potendolo lasciare a Sassari (e non avendo ricevuto risposte dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria), almeno fino a settembre gli ha aperto le porte del 41bis (dove stava scontando 20 anni per camorra). Come è andata a finire? E’ stato spedito ai domiciliari dalla moglie, Francesca Linetti, a Pontevico, in provincia di Brescia.

La famiglia Zagaria

Se Pasquale è al nord, libero ‘con obblighi’ a San Marcellino, a due passi da Casapesenna, c’è il fratello Carmine Zagaria. Sono ai domiciliari, invece, le sorelle Beatrice ed Elvira, rispettivamente condannate in Appello per ricettazione e associazione mafiosa.
Beatrice è anche la mamma del delfino di Capastorta: il figlio, Filippo Capaldo, era stato designato da Michele Zagaria come suo erede. Scarcerato nel novembre del 2018, l’anno successivo è tornato in cella per continuare a scontare una condanna definitiva per camorra. Capaldo, lo scorso gennaio, è stato raggiunto anche da un nuovo provvedimento cautelare: è accusato di trasferimento fraudolento di beni aggravato dalla finalità mafiosa. Con il fratello Nicola, sostiene la Dda, ha messo in piedi, dopo la confisca di Euromilk, una nuova società, intestandola a dei prestanome, per rituffarsi nel business della distribuzione del latte Parmalat.

Elvira Zagaria è la moglie di Ciccio ‘a benzina, al secolo Francesco Zagaria, la mente politica del clan. Il cognato di Michele Zagaria è morto nel 2011: stando alla tesi degli inquirenti, il defunto avrebbe rappresentato il collegamento tra la cosca e la Regione Campania. La sua figura viene tracciata dalla Dia nell’inchiesta Croce Nera, incentrata sugli ipotizzati appalti assegnati dall’ospedale di Caserta a ditte vicine al clan. E proprio quell’indagine, nel 2015, ha fatto ammanettare la consorte. Quella di Michele Zagaria è una famiglia numerosa. Mancano altri due componenti all’appello: il fratello Antonio ha lasciato il carcere un mese fa. Gesualda terza sorella del padrino, ha terminato di scontare da diverso tempo la sua condanna per ricettazione. E’ libera ed ha intrapreso la carriera di insegnante, in provincia di Roma.

I fedelissimi

Fra qualche anno lasceranno la prigione altri tre pezzi da novanta del clan: si tratta di fratelli Giovanni e Giuseppe Garofalo, conosciuti come i marmulari, e Michele Fontana ‘o sceriffo. Dopo i pentimenti di Massimiliano Caterino, Michele Barone, Attilio Pellegrino e Francesco Zagaria Ciccio ‘e Brezza (omonimo del cognato di Capastorta), rappresentano ormai gli unici affiliati di primo livello a non aver rinnegato la cosca. I marmulari hanno un cumulo di pena di circa 13 anni a testa. Più alto quello dello sceriffo. Ma a novembre la Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Massimo Biffa e Caterino: il giudice per l’esecuzione della pena dovrà tener conto della continuazione di varie sentenza emesse a suo carico (per camorra ed estorsione). Detta in soldoni, Fontana avrà un sconto di pena.

La magistratura non basta

Immaginare che chiunque abbia avuto a che fare con gli Zagaria non veda mai più la luce del sole è utopia (e per certi versi incivile). Ritorneranno a camminare per le strade del paese. Per arginarli, per metterli all’angolo, per scongiurare un rafforzamento della cosca (salvo una redenzione di gruppo), la politica locale e quella extra-comunale dovranno affrontarli con coraggio, a viso aperto, dando segnali duri. Bisogna riprendere a gridare il male che ha fatto la mafia alle imprese, all’ambiente, alle persone. Il clan deve essere condannato dalla società prima ancora che dai giudici. Gli arresti e le confische non sono sufficienti. L’amministrazione e le associazioni devono fare sponda alla magistratura. Se non succederà, gli Zagaria si riprenderanno il territorio. E anche la speranza.


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