Clan Zagaria, ergastolo e sigilli all’azienda

Michele Zagaria
Michele Zagaria

CASAPESENNA – Società e case messe in piedi con i soldi del clan: lo Stato le confisca, cerca di togliere ossigeno alla mafia. Ma i boss provano a riprendersele. E a volte ci riescono, come sarebbe successo a Grazzanise. Il (presunto) raggiro, però, non è passato inosservato: è stato scoperto dal guardia di finanzia di Napoli.

Il sequestro

Andiamo con ordine. Ieri mattina i militari del Gico, guidati dal colonnello Giuseppe Furciniti, su ordine del tribunale partenopeo, hanno sequestrato preventivamente un’azienda agricola dal valore di 2 milioni di euro: si trova in via Bonifica (zona Borgo Appio, frazione di Grazzanise). Opera nel settore dell’allevamento di bufale e della produzione di latte crudo. A finire sotto chiave diversi immobili e manufatti (l’abitazione adibita ad appartamento per il custode, stalle, locali per la mungitura e depositi per i mangimi), attrezzature agricole per la mungitura e  350 capi di bestiame.

I prestanome

La società, secondo gli investigatori, era “nella diretta disponibilità di Carmine, 52enne, e Antonio Zagaria, 58enne” (entrambi liberi), fratelli del capoclan Michele, e veniva usata “per favorire gli interessi economici” della cosca. La ditta formalmente, però, era intestata  ad altri due fratelli (non parenti del capoclan). Si tratta di Antonio, 45enne di Casagiove, e Fernando  Zagaria, residente a Caserta. Il primo, alcuni anni fa, iniziò un percorso di collaborazione con la giustizia (lo interruppe poco dopo): durante il breve ‘pentimento’, la titolarità della società passo al secondo.

Le mani del clan sul bene confiscato

La ditta in questione, ha ricostruito il Gico, sarebbe stata impiegata dai germani del padrino “quale ‘schermo’ per consentire alla loro famiglia di rimpossessarsi, in maniera occulta e fraudolenta, dell’azienda bufalina della madre Raffaela Fontana, da tempo affidata alla gestione di un amministratore giudiziario, in quanto già colpita da diverse misure”.
Stando alla tesi della Dda, “dopo aver sostanzialmente esautorato dalle proprie funzioni l’amministratore della ditta ‘Fontana Raffaela’”, indicato dal tribunale, “a partire dal 2006 i fratelli Carmine e Antonio hanno di fatto operato una vera e propria co-gestione” tra l’azienda di Antonio e Fernando Zagaria e quella confiscata.

Uso promiscuo

Le fiamme gialle hanno evidenziato la coincidenza delle loro sedi legali e operative, con il conseguente “utilizzo promiscuo di gran parte dei locali degli impianti e degli animali già presenti all’interno” della struttura controllata dall’amministratore. C’era, inoltre, commistione, anche sotto il profilo contabile “dei rapporti commerciali”:  avevano il medesimo fornitore di mangimi e il cliente “che comprava da loro il latte per la produzione casearia” era unico.

Il nero per la cosca

Il Gioco ha affermato di aver accertato “operazioni di sovra e sotto fatturazione in acquisto e vendita, così da consentire la creazione di liquidità occulta che veniva sistematicamente sottratta dalle casse aziendali per essere messa a disposizione” del clan Zagaria.
Sintetizzando, il piano della cosca,  coinvolgendo i germani Antonio e Fernando, sarebbe riuscito a neutralizzare per anni gli effetti delle misure cautelari reali e ablative gravanti sulla ditta ‘Fontana Raffaela’. E, sostiene la procura distrettuale, la famiglia mafiosa era stata in grado anche di rientrare “nella piena disponibilità della quasi totalità dei beni aziendali” passati nelle mani dello Stato, comprandoli all’asta per soli 100mila euro.
Inizialmente il gip aveva rigettato la richiesta di sequestro, ritenendo i fatti contestati troppo datati. Ma ulteriori accertamenti della finanza hanno evidenziato che la società a febbraio era ancora in funzione. Tra gli atti che hanno spinto il tribunale ad emettere il provvedimento, le dichiarazioni di Massimiliano Caterino e di Antonio Zagaria, rese durante la sua parentesi da collaboratore. Antonio e Carmine Zagaria, fratelli del padrino Michele, la madre Raffaella Fontana, Fernando e il germano 45enne sono indagati per trasferimento fraudolento di beni aggravata dalla finalità mafiosa. Ad assisterli i legali Angelo Raucci, Andrea Imperato e Ferdinando Letizia.

Omicidio Villano, ergastolo per il capoclan

Giornata nera per la famiglia Zagaria. Mentre il Gico, ieri mattina, sequestrava l’azienda agricola riconducibile ai fratelli Antonio e Carmine, il capoclan Michele Zagaria ascoltava l’ennesima condanna all’ergastolo. Il boss, per la seconda sezione della Corte d’Assise di Napoli, è stato il mandante dell’omicidio di Nicola Villano, alias zeppetella. Dieci anni a testa, invece, la pena decisa per i pentiti Antonio Iovine, sanciprianese, assistito dall’avvocato Giuseppe Tessitore, e Salvatore Orabona, di Trentola Ducenta.

L’agguato si consumò in un autolavaggio a San Marcellino nel luglio del 2001. L’obiettivo, in realtà, era un altro: il gotha del clan aveva deciso di eliminare Raffaele Della Volpe. Il capozona di Aversa aveva iniziato a muoversi con eccessiva autonomia e, stando alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, aveva ‘mancato di rispetto’ a Zagaria, adesso difeso dall’avvocato Paolo Di Furia. Il commando entrato in azione per assassinare Della Volpe, però, si accorse che in auto con la vittima designata c’erano la moglie e la figlia. Il gruppo di fuoco, guidato da Vincenzo Schiavone ‘o petillo (giudicato separatamente) decise di fermarsi. Ma, mentre le auto rientravano a San Cipriano videro nell’autolavaggio Villano, braccio destra di Della Volpe.
La compagine malavitosa, così, scelse di cambiare obiettivo. Il segnale agli avversari sarebbe comunque arrivato.

A raccontare la dinamica dell’assassinio alla Dda è stato il pentito Bruno Lanza: “Tornammo indietro e Vincenzo Schiavone entrò da un lato dell’autolavaggio e io e gli latri occupanti dell’Alfa dall’altro. Prima che arrivassimo all’ingresso già sentivamo i colpi di pistola. Vidi che Villano tentò di ripararsi alle spalle di un furgone bianco, ma ‘o petillo scese dall’autovettura sparandogli. Contemporaneamente pure Cristofaro Dell’Aversano e Vincenzo Conte erano scesi”. Il primo avrebbe fatto fuoco con il kalashinov, il secondo un una pistola a tamburo.
Orabona è stato condanno perché avrebbe fatto da specchiettista: fu lui, ha sostenuto l’Antimafia, ad avvertire il commando della presenza in strada di Della Volpe. Anche se quel delitto (ordinato anche da Iovine) non venne concretizzato, indirettamente innescò quello di Villano. Durante il dibattimento a rappresentare la procura distrettuale in aula è stato il pm Antonello Ardituro.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome