Ultras, Aniello Arena: “Dalle stalle alle stelle, adesso sogno un ruolo in una serie tv”

Dalla scoperta del talento attoriale avvenuta in carcere all'approdo sul grande schermo: "E pensare che ero timido"

“Dalle stalle alle stelle”. Non capita tutti i giorni che il titolo di un’intervista venga servito proprio lì, sul piatto d’argento, già pronto all’uso, mentre si chiacchiera del più e del meno. Aniello Arena, però, è uno fatto così: è spontaneo, vero, genuino. Le cose gli vengono naturali. D’altronde sono proprio queste le caratteristiche che lo hanno reso uno dei volti più noti del momento. “E pensare che avevo vergogna di cimentarmi col teatro. Ora mi riconoscono per strada anche qui a Roma. Non ci ho ancora fatto l’abitudine. Ero timido, temevo l’opinione altrui. Poi mi sono buttato. Solo chi non fa non sbaglia. E se domani arriva un regista che mi impone di non poter improvvisare e mi obbliga a seguire il copione alla lettera, non ci penso su due volte prima di rifiutare la parte”.

Dallo scorso 20 marzo Aniello è Sandro, il Mohicano del film ‘Ultras’, opera prima del regista napoletano Francesco Lettieri. Era tutto pronto per l’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche italiane nelle giornate del 9, 10 e 11 marzo. C’erano gli annunci, gli spot, l’hype cresceva col passare delle ore anche grazie a una sorta di trailer riprodotto nel videoclip dell’ultimo successo di Liberato, “We come from Napoli” (colonna sonora del film): poi è arrivato il Coronavirus a mettere i bastoni tra le ruote. ‘Ultras’ è comunque approdato su Netflix dieci giorni dopo. E sono bastate meno di ventiquattro ore per farlo balzare in cima alla categoria dei trend. Ma non sono mancate le critiche.

In molti hanno contestato il modo in cui nel film viene trattata la vita degli ultras: lei cosa ne pensa?

Francesco è un grande regista e ha fatto un grande lavoro. Chi fa un mestiere come il mio sa che riceverà applausi e critiche. E se le critiche sono costruttive allora ben vengano. Noi artisti realizziamo merce che viene acquistata dagli spettatori. Tutti sono liberi di esprimere la propria opinione. Poi ci sono le critiche e gli insulti gratuiti, com’è successo a noi, fatti sui social perlopiù da ragazzini. Il mondo degli ultras è anche quello che abbiamo mostrato noi. Il nostro obiettivo non era soltanto fermarci alla descrizione della vita delle frange estreme del tifo, ma tracciare un ritratto intimo della quotidianità e dei rapporti tra le persone che vivono di quel tipo di passione.

Quanto ne sapeva lei del mondo ultras? Ha frequentato le curve?

In realtà ne sapevo ben poco, sono sempre stato un tifoso del Napoli, il mio cuore è azzurro al 100%. Ho ovviamente visto le partite dallo stadio, ma non ho mai frequentato una curva. E ho dovuto dedicarmi allo studio degli animi di chi fa del tifo una mentalità. Uno stile di vita che va oltre i tornelli dello stadio. Quella degli ultras non è una vita semplice. Tutt’altro. Gli ultras vivono di un ideale che li porta a fare mille sacrifici, anche più duri di quelli che si possano pensare.

Uno dei segreti del successo del film è il rapporto così intrinseco che emerge tra i personaggi. Com’è stato lavorare con Francesco Lettieri e con gli attori del cast?

Francesco è un genio, è alla sua prima regia e sono convinto che tra non troppo tempo diventerà un vanto di Napoli. Bisogna farlo lavorare in pace. Con gli altri attori è nato subito un grande feeling sul set. La spontaneità che si vede nel prodotto finito è soltanto una conseguenza naturale della professionalità di tutti. Ora dovevo essere un compagno fedele con Barabba (Salvatore Peliccia) e gli altri (Pechegno e Gabbiano, interpretati da Simone Borrelli e Daniele Vicorito), ora un partner (con Terry, impersonificata da una magistrale Antonia Truppo), ora un fratello maggiore (con Angelo, il baby-tifoso interpretato dal giovanissimo Ciro Nacca). ‘Come mi comporterei con un ragazzino per fargli capire che non deve mettersi nei guai?’, mi chiedevo prima delle scene con Angelo. E così valeva per tutte le sequenze.

Che non erano tutte scritte nel copione del giorno…

Assolutamente no, e forse è anche questa una delle chiavi del successo del film. Le scene registrate a Ischia con la Truppo, ad esempio, sono tutte improvvisate. Francesco ci disse di andare a braccio: musica per le mie orecchie. Io vengo dal teatro dove è normale improvvisare.

A proposito di teatro: l’incontro con il palcoscenico è stato, possiamo dire, casuale. Aniello ci si è approcciato quand’era nel carcere di Volterra (con la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo) dove scontava una condanna all’ergastolo per aver preso parte a un raid di piombo nel 1991.
“Al teatro devo la libertà. ‘Dove ho vissuto finora?’, mi chiedevo ogni volta che salivo sul palco. ‘Perché non ho iniziato da ragazzo?’. Ma non potevo tornare indietro. Ho scontato la mia condanna, vissuto in libertà vigilata, pensato e riflettuto a lungo, scoperto la lettura, viaggiato a fondo dentro di me, poi grazie ai meriti professionali e alla mia condotta sono tornato un uomo libero” .

Lei è un esempio di quanto sia bella e imprevedibile la vita: negli anni sono arrivati, tra gli altri, il Grand Prix Speciale del Festival della Giuria di Cannes e il Nastro d’Argento come migliore attore nel film ‘Reality’ . Come la immagina la sua vita tra dieci anni?

Mi piacerebbe continuare a fare questo mestiere, ma non è tutto oro quello che luccica. Infatti io ho comunque un lavoro dietro le quinte che mi permette di pagarmi da vivere. Sarebbe bello poter lavorare ancora con Lettieri, Matteo Garrone, Claudio Giovannesi, Laura Luchetti, Pietro Marcello, tutti registi che hanno creduto in me, ma anche con Paolo Sorrentino, un autentico genio. E, perché no, cimentarmi con una serie tv.

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