Se dietro l’informazione c’è la campagna elettorale

Dai a un uomo del pesce e lo sazierai un giorno, insegnagli a pescare e lo sazierai tutta la vita, recitava un adagio cinese. Ma se all’uomo il pesce lo dai ogni giorno, l’uomo non solo non imparerà mai a pescare ma dimenticherà pure come si caccia: la pigrizia prenderà il sopravvento perché l’uomo saprà che ogni giorno avrà il suo pesce, e poco conta che non sia freschissimo: è gratis. Ed è esattamente quello che rischia un giornalismo che spesso, troppo spesso, in un vortice immotivato di di frenesia anziché investire sui contenuti di qualità investe sulla quantità di contenuti che arrivano da ogni parte. Questo giornalismo tradisce una delle domande chiave che dovrebbe porsi ogni professionista quando approccia a una storia: chi ha interesse perché questa cosa si venga a sapere? Perché qualcuno me la sta raccontando? Succede così che un noto attivista, che è anche iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ma che soprattutto è Consigliere Regionale nella maggioranza di De Luca in Campania, venga a più riprese riportato, pari pari a come è scritto il suo post, sulle pagine web dei quotidiani locali. Alcune sue battaglie assumono connotazione quasi sacrosanta dall’alto, come quella contro i parcheggiatori abusivi. E possono, sicuramente, godere della stima e dell’appoggio delle persone perbene, che tengono a cuore la legalità in un territorio socialmente complesso (anche se, personalmente, mettere alla gogna sui social con volti e nomi i tuoi rivali è un atteggiamento che stigmatizzo).
Capita però, vuoi perché più rumore fai più rumore sei costretto a fare per mantenere lo stesso volume, l’attivista scavalchi i paletti che invece impone la deontologia professionale. Succede lo scorso fine settimana, quando dei minori vengono coinvolti in una brutta storia di cyberbullismo nella zona collinare di Napoli (un pestaggio ripreso con un cellulare e condiviso tramite messaggistica istantanea) e l’attivista-consigliere pubblica il tutto senza filtri, con i minorenni coinvolti riconoscibili. Ampliando la cassa mediatica e facendo venir meno tutte le tutele che – invece – sono nero su bianco e tutte consultabili prendendo visione della Carta di Treviso (il protocollo che l’Ordine dei Giornalisti a cui appartiene l’attivista-consigliere ha siglato con il Telefono Azzurro e che fa parte dei testi che regolamentano la professione giornalistica in Italia).

Credo sia arrivato il momento, approfittando di questo ultimo caso, di definire delle regole. Anche, e soprattutto, a tutela dell’attivista. Perché se l’attivista si fregia di operazioni di sensibilizzazione comunque lodevoli, il consigliere ne guadagna consenso elettorale. Il giornalista di questa strana trinità laica non sta però esercitando la professione giornalistica. De facto, regala contenuti giornalistici a giornali che, anziché impegnare un collaboratore che faccia attività giornalistica, trovano il famoso pesce già pronto e servito, da mettere semplicemente in pagina. Regalando ulteriore consenso al consigliere.

Invece siamo arrivati al punto in cui l’attivista-consigliere-giornalista, poche ore dopo la storia della violenza ai Colli Aminei, viene citato da giornali web come fonte per una questione sollevata dal sindacato Nessuno Tocchi Ippocrate di cui ha semplicemente commentato il comunicato stampa che, si presume, fosse già destinato ai suddetti giornali. In questo cortocircuito, a farne le spese è proprio l’autorevolezza del racconto che, anche se valido, è viziato dalla domanda di cui sopra: chi ha davvero interesse che la notizia venga pubblicata così come viene fornita dall’attivista-consigliere-giornalista?

*esperto di comunicazione digitale

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