Spallata ai Polverino: presi 16 ras e gregari

Acciuffato anche il reggente cugino del boss

NAPOLI – Erano tutti ‘figli’ del Barone. I fedelissimi, quelli che l’avvicendamento criminale nella zona di Marano non l’hanno accettato e sono rimasti comunque legati al boss. E’ questo il profilo dei 16 presunti ras e gregari dei Polverino che sono stati raggiunti dall’ultimo provvedimento eseguito dai carabinieri. Il blitz è scattato alle prime dell’alba di ieri. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno blindato il territorio di Marano dando esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di 16 soggetti accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanza stupefacenti, intestazione fittizia di beni ed altro.

Secondo quanto sostenuto dalla dalla Procura della Repubblica di Napoli, Direzione distrettuale antimafia, gli indagati sono appartenenti al clan Polverino, organizzazione che insiste sui territori di Marano, Quarto e zone limitrofe da oltre trent’anni. L’operazione dei carabinieri si inquadra in una più ampia strategia di contrasto posta in essere dalla Procura guidata da Giovanni Melillo e dal comando Provinciale dei carabinieri, agli ordini del generale Canio Giuseppe La Gala, che ha portato all’esecuzione di un provvedimento cautelare, il 2 maggio 2011, nei confronti di 57 persone ed all’arresto, il 4 giugno 2013, di altri 69 affiliati. Si tratta della terza tranche di quelle inchieste che, per alcuni, si sono cristallizzate in sentenze. I dibattimenti instaurati si sono conclusi con pesantissime condanne, divenute ormai definitive, comminate a capi e gregari del clan. Ulteriori provvedimenti cautelari notificati nel frattempo ai vertici del clan ritenuti coinvolti in omicidi, hanno determinato la condanna all’ergastolo dell’indiscusso capoclan Giuseppe Polverino, e degli affiliati apicali Giuseppe Simioli, Salvatore Cammarota, Claudio De Biase, Salvatore Liccardi e Salvatore Simioli. L’ultima ordinanza ha colpito la ‘frangia’ rimasta fedele a Giuseppe Polverino che, dopo che il clan è stato decimato dagli arresti, si è trovata a combattere uno scontro intestino con gli Orlando, l’organizzazione che è subentrata sullo stesso territorio. L’arco delle indagini copre il triennio che va dal 2014 al 2017. In questo lasso di tempo sono stati raccolti – a carico degli arrestati – indizi sulla loro partecipazione alle dinamiche criminali nell’area maranese. Tra gli indagati figurano due soggetti in particolare, Vincenzo Polverino, il 62enne ritenuto attuale reggente dell’organizzazione, e Michele Marchesano, con compiti di gestione dell’immenso patrimonio immobiliare del clan. Due fedelissimi anche perche rispettivamente cugino e cognato del boss Peppe o Barone. Due soggetti ritenuti “figure apicali attorno alle quali si sono aggregati i fedelissimi” del boss. Non è tutto.

Nel ‘romanzo criminale’ dei maranesi spicca una vicenda inquietante. Tra i soggetti indagati, infatti, figurano Ciro Cappuccio e Armando Del Core, entrambi condannati in via definitiva all’ergastolo in qualità di esecutori materiali dell’omicidio di Giancarlo Siani, il giornalista assassinato la sera del 23 settembre 1985. Per quell’omicidio fu condannato anche il boss Angelo Nuvoletta che fu arrestato il 17 maggio del 2001 dopo 17 anni di latitanza. ‘Don Lorenzo’ poi morì a 71 anni nel 2013 nel carcere di Parma. Anche Cappuccio e Del Core sono detenutie, proprio per il loro status detentivo, non figurano non figurano tra i destinatari del provvedimento cautelare, benché a loro carico siano stati raccolti elementi d’accusa in ordine alla trentennale affiliazione al clan Nuvoletta. E’ stato infatti accertato che i Nuvoletta prima, e ad oggi i Polverino e gli Orlando, hanno provveduto al sostentamento economico delle famiglie dei due killer che non hanno mai rescisso il loro vincolo criminale. Nel corso dell’operazione è stata data esecuzione al sequestro preventivo di due attività commerciali, un bar ed centro scommesse a Marano di Napoli, del valore complessivo di mezzo milione di euro, intestati ad un prestanome ma di fatto riconducibili ad un affiliato dell’organizzazione.

Agli intrecci e ai rapporti tra gli indagati si è giunti attraverso decine di intercettazioni effettuate anche nel corso dei colloqui effettuati con i soggetti già detenuti.

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