Dies Irae

Vincenzo D'Anna, ex parlamentare

Chiunque abbia avuto un minimo di dimestichezza con il catechismo conosce molto bene il significato del termine “Dies Irae”, che sta a significare il giorno della resa dei conti tra l’uomo ed il suo Dio. Un giorno terribile, secondo il libro dell’Apocalisse, quello in cui il Supremo si siederà per giudicare e nulla sarà mantenuto segreto, ma tutto sarà disvelato.

Potesse succedere la stessa cosa anche per gli umani accadimenti, sarebbe veramente eccezionale per l’intero consesso sociale. A partire da quello politico-istituzionale, che coltiva l’arte della dissimulazione e della menzogna. Un mondo che si alimenta spesso di lotte intestine e che mal si concilia con la rivelazione delle vere cause del contendere tra le parti in conflitto. Insomma, alla politica manca il giorno del giudizio, quello nel quale le vere intenzioni, i reconditi scopi, saranno finalmente disvelati.

La Storia degli eventi non è quasi mai aderente alla verità pura e semplice, ma si trasforma in narrazione di comodo, privando il cittadino del diritto di poter reclamare giustizia. Per l’epidemia da Covid-19, con errori e manchevolezze di chi ci ha governato, generando migliaia di morti, forse varrà questo principio omertoso nel medio termine, con l’assenza di un processo che ricostruisca fino in fondo il perché di un dramma che si è tramutato in tragedia. Oltre al prezzo in vite umane, eccessivo per gli indici di letalità del coronavirus, c’è un altro grande prezzo che dovremo pagare in futuro: una montagna di debiti che ci porterà a raggiungere livelli inimmaginabili di debito statale, un calo del prodotto interno lordo che supererà il dieci percento e decine di migliaia di posti di lavoro perduti.

Ora non esiste una diffusa percezione di quante lacrime e sangue si dovranno versare per risalire la china economico-sociale. Questo che viviamo è il tempo delle elargizioni e dei sussidi attingendo da centinaia di milioni avuti in prestito dall’Ue, soldi che dovranno rientrare sotto forma di tasse e gabelle. Del tutto assente questa preoccupazione futura in un popolo di contemporanei che non ha ascendenti né posteri, perché non conosce la propria storia né se ne preoccupa, come era solito dire Ugo Ojetti. Un popolo che, sviluppatosi in mille diverse etnie sociali, reclama con sfacciataggine di essere assegnatario di aiuti e sgravi contributivi. Imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, si accalcano intorno alla greppia governativa reclamando aiuti per aver perso redditività mai dichiarata al fisco. Non saranno pochi quelli che lucreranno sulle sventure degli altri, a cominciare dai colossi industriali che chiederanno miliardi di euro di finanziamento, mentre per i ceti realmente più disagiati lo Stato burocratizzato riuscirà ad inventarsi surreali documentazioni da esibire.

Episodio eclatante, esempio di scuola, quello dei mancati prestiti a piccole imprese che, seppure garantiti dallo Stato, non vengono elargiti per mancanza di garanzie del richiedente. Il cittadino è costretto a sobbarcarsi l’esibizione di approvazioni inutili anche quando i soldi escono dalla propria tasca. È il caso dei test sierologici sul sangue e dei tamponi naso-faringei, per accertare la presenza dell’eventuale contagio oppure dell’avventura guarigione dal morbo virale, per i quali occorre un’autorizzazione del medico ad eseguirli e nulla conta che sia il cittadino a pagarli.

Loro malgrado, i cittadini subiscono sofferenze ed errori provocati da uno Stato che sa di non doversi mai sottoporre ad un vero giudizio di merito. Che sa di farla franca. Sbagliate le previsioni sul virus autoctono che fa stragi di contagi fin dagli ultimi mesi dell’anno scorso in Lombardia; sbagliata la diagnosi e la cura dei malati attaccati a ventilatori polmonari inutili, se non dannosi; moribondi lasciati spirare in residenze sanitarie per anziani prive di requisiti ed idonei percorsi di isolamento per evitare il contagio, inceneriti frettolosamente con oneri a carico dei familiari lasciati in balia degli eventi; ignorate e beffeggiate teorie ed ipotesi di lavoro, rivelatesi giuste, proposte da parte di scienziati non allineati al potere politico ed accademico.
Tutto rischia di infrangersi e diluirsi in tante piccole cause di risarcimento dei congiunti che hanno perso i familiari, in piccole beghe da cortile insorgenti tra maggioranza e opposizione parimenti insolenti ed impotenti innanzi al morbo. Non leggeremo il capo d’accusa generale rivolto verso tutti quelli che ci dovevano proteggere e non lo hanno saputo fare. Da nessuna parte, giornalisti di fama, liberi da speculazioni politiche, scriveranno editoriali come Émile Zola per difendere Auguste Dreyfus dalla canea delle false accuse e dei luoghi comuni. Per gli italiani purtroppo non esiste neanche la resa dei conti.

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