Il complottismo ci seppellirà

Qualche mattina fa mi sono imbattuto in maniera del tutto casuale in un video di un tale che si fa chiamare Man of Reality, all’anagrafe Federico d’Agostino. Ammetto: non ne conoscevo l’esistenza. Così mi sono documentato e ho scoperto che è passato dai video di denuncia contro il malcostume diffuso partenopeo (ponendosi in aperto conflitto con il consigliere Francesco Emilio Borrelli a cui ha promesso di essere il diavolo ai piedi del suo letto in un teatrino di cui tutti avremmo fatto volentieri a meno) a luce guida dei complottisti sui social. D’Agostino, in un video che cita come fonte un delirante articolo de “La Padania”, sostiene che forse forse Floyd non è morto. Che il video in cui esala l’ultimo respiro dicendo “I can’t breathe” è in realtà una trovata per seminare il caos voluta dall’elite finanziaria che manipola i quotidiani mainstream.

Nulla di nuovo sotto il sole, sia chiaro. Ad ogni evento di particolare rilievo si solleva una tesi che strizza l’occhio al complotto ordito dai Poteri Forti e da Nuova Babilonia (vi ricordate il camion che schizzava a tutta velocità sulla Rambla di Barcellona? E chi diceva che in realtà i morti e i feriti erano manichini perché le articolazioni erano piegate in maniera strana?). Man of Reality non ci mette nemmeno tanto di suo, riprendendo pedissequamente quanto scritto dai colleghi dell’informazione settentrionale. Impressiona invece che un video del genere, quando vi scrivo, ha raggiunto oltre 160mila utenti. Ed è impressionante la quantità di commenti di persone che – si nota già da una discutibile grammatica – sembrano non avere i mezzi per potersi tutelare da un certo modo di fruire l’informazione.

Non stiamo nemmeno a spiegarvi perché la morte di Floyd è reale e qual è l’interesse di alcuni personaggi ad alimentare determinate polemiche dal sapore complottista (si veda Maurizio Blondet, il cui blog è ben noto ai fact-checker italiani, e quel banner ben evidente appena si apre il suo sito chiedendo di sostenerlo economicamente).  Torniamo all’utente. Esiste un problema reale di educazione all’utilizzo del mezzo che ora più che mai, dopo il ciclone coronavirus, deve essere affrontato. Non basteranno le task force contro le fake news per colmare questo digital divide che non è più tecnologico ma culturale. Mentre Man of Reality continua a dire che la morte di Floyd è un’invenzione dei media al soldo dei padroni dell’alta finanza, la gente continua a scagliarsi contro Immune System, un’app che in comune con Immuni ha solo – vagamente – il nome, distruggendola a suon di recensioni negative. Addirittura, un internauta sotto un post di Fanpage che parlava di app universitarie ha inveito dicendo che Immuni non serve a niente (era l’app UninAlerts dell’Università Federico II per le prenotazioni d’esami). Ci sorprendiamo? Basti pensare ai ripetitori 5G bersaglio di raid perché condannate dal Tribunale dei contenuti virali sul web. Un problema solo italiano? Macché: casi del genere con antenne a fuoco si sarebbero registrati anche in Croazia, Australia e Olanda.

Il tutto mentre Twitter contraddice il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sotto un suo cinguettio, colpevole di scrivere senza prove a sostenere la propria tesi, dando vita a una vera e propria guerra tra il tycoon e l’uccellino blu più famoso di internet (che fino a quel momento era la piattaforma preferita per spararle senza filtri).

In questo enorme caos è diventato complesso per chiunque districarsi tra notizie vere e false, con gli algoritmi che sono ancora lontani dal sostituire la valutazione umana (le segnalazioni di Facebook da questo punto di vista sono emblematiche). Nelle agende politiche, a questo punto, colmare questo gap cultural-tecnologico diventa prioritario. Salvo il fatto che le agende politiche dovrebbero essere scritte da molti di quegli stessi politici che in questo sistema di sensazionalismo in realtà sguazzano felicemente.

*esperto di comunicazione digitale

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