L’ombra dei soldi di Maduro, M5S può diventare polvere di Stelle

Vincenzo D'Anna, ex parlamentare

Fare affidamento sulla memoria politica degli italiani è assai improbabile. Affidarsi alla coscienza politica dei medesimi è quasi impossibile. Sfruttando questo peculiare difetto degli elettori italiani, alcuni partiti sono stati in grado di ottenere consensi nella Prima Repubblica, allorquando la greppia statale era piena di elargizioni per fidelizzare gli elettori, in nome di una politica fortemente ideologica e di contrapposizione.
Realizzatasi la previsione di Max Weber sulla fine dei partiti di massa al termine del secolo scorso, le cinghie di trasmissione tra benefattori e beneficiari, ovvero tra partiti ed elettori, si sono via via allentate, fino a scomparire. Artefici di questo evento furono il regime di risanamento dei bilanci statali, l’abolizione del governo della cosa pubblica utilizzando la leva della spesa a debito crescente e l’azione debordante e senza freni di certa magistratura sulla politica.
Fallita anche la stagione del maggioritario e dell’alternanza tra blocchi contrapposti, che hanno connotato della Seconda Repubblica, insorse la stagione della protesta qualunquistico-rivoluzionaria. Una stagione fatta di proteste magniloquenti e teatrali da parte di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, illuminato stratega dell’uso del web. Il popolo in crisi di astinenza clientelare e deluso dalle mancate riforme promesse del sistema su fisco, tasse, scuola, giustizia, diminuzione delle pastoie burocratiche e dei privilegi della politica, cominciò ad inseguire le fantasie rivoluzionarie del nascente Movimento Cinque Stelle. Un movimento di base che prometteva una radicale trasformazione dello Stato, delle Istituzioni politiche e parlamentari, in nome di un assemblearismo popolare permanente nemico della corruttela istituzionale.
Insomma, sanculotti assetati di novità, immacolati elettori vittime della tracotanza della classe politica premevano alle porte della Bastiglia per conquistare il potere statale. Fu quella l’epoca del fango per tutti, del sospetto che assurgeva a prova, delle manette e della gogna al solo sorgere di un indizio. Un abominio giuridico che elevava a colpa il sospetto. Come in tutte le rivoluzioni, si formò un gruppo esoterico di dirigenti scelti dai due dioscuri Grillo e Casaleggio, proprietari di un partito politico ove al primo dissenso si veniva cacciati senza alcuna possibilità di controdedurre. Una logica giacobina che veniva esibita come testimonianza di rigore morale insieme a un decalogo deontologico che vincolava ogni aderente. Limite di mandato, voto assembleare libero attraverso il web, scelta dei candidati tra i militanti, limitazione dei premi destinati al ceto politico, osservanza assoluta delle volontà dei vertici.
Su tutto questo dominava la regola delle regole, la piena e trasparente onestà. Un valore innalzato ad unica virtù richiesta ai politici per governare la nazione. Non un programma, non una scelta socio-economica di sistema, non una visione del modello di Stato da realizzare, nulla di tutto questo aveva valore. Insomma, l’ignoranza al potere purché vestita di candidi panni.
Il destino, cinico e baro, volle che a furia di promesse di redditi ed elargizioni di cittadinanza, questi epigoni farlocchi della trimurti francese conquistassero il potere per governare. Per paradosso lo hanno fatto prima con la destra di Salvini, poi con la sinistra di Zingaretti dall’alto del qualunquismo più squallido. Ma non basta. Lungo le tortuose vie del potere caddero tutti i vincoli e si prescrissero tutti i principi enunciati dai Cinque Stelle. L’uno vale uno, limite dei mandati elettivi, decisioni assembleari vincolanti, rendicontazione delle spese, taglio degli stipendi (quest’ultimo contrabbandato col taglio dei parlamentari), rivoluzione dello Stato. Insomma, la cancellazione di ogni anelito di cambiamento dichiarato.
Cosa resta di questo goffo tentativo di ribaltare il sistema parlamentare e le istituzioni politiche? Solo la dichiarata onestà cantata con il tara-ta-ta di accompagnamento in ogni luogo. Eppure, anche questo residuale baluardo sta per infrangersi. Un dossier proveniente dalla Spagna consegna alla notorietà che anche l’M5S sarebbe sensibile alla vecchia è deprecata abitudine di prendere finanziamenti sottobanco. Pare, il condizionale è d’obbligo, che dal rivoluzionario comunista venezuelano Nicolás Maduro, nel 2010, sia arrivata a Gianroberto Casaleggio, tramite una valigia diplomatica, un finanziamento di 3,5 milioni di euro. La cosa sarebbe ancor più deprecabile perché il Venezuela è in condizioni di miseria per il fallimento delle nazionalizzazioni volute dai comunisti al potere.
Se questa storia dovesse rivelarsi in parte o in tutto vera, ridurrebbe il Movimento di Grillo in polvere di Stelle.

*ex parlamentare

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