Di Matteo non molla: “Bonafede mi fece intendere dinieghi sul Dap”

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse in foto Antonino Di Matteo

ROMA – Dopo la telefonata in diretta a ‘Non è l’arena’, Nino Di Matteo sceglie la più istituzionale platea della commissione bicamerale Antimafia, a palazzo S. Macuto, per ricostruire ancora una volta i fatti della sua mancata nomina a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Il consigliere Csm ripercorre quanto accaduto nel giugno 2018. La dinamica è circostanziata e ricca di dettagli, ma l’accusa di fondo rivolta ad Alfonso Bonafede non cambia.

Di Matteo parte dalla telefonata ricevuta dal Guardasigilli

“Mi disse che aveva pensato a me o come capo del Dap, e mi fece capire che la nomina avrebbe prodotto effetti immediati, o come direttore degli Affari penali. Questo secondo incarico mi sarebbe stato attribuito in un secondo momento, a settembre-ottobre”, racconta. “Più volte nel corso della telefonata il ministro mi ha detto ‘scelga lei’ me lo ha ripetuto almeno tre volte – insiste – Io chiusa la telefonata non ho avuto alcun dubbio. “Ai parenti e ad alcuni amici dissi che non avevo nessun dubbio nell’accettare il Dap”.

L’indomani a Roma, però, Di Matteo si trova di fronte a quello che lui stesso definisce “l’improvviso dietrofront” di Bonafede. “Il ministro – sottolinea più volte di fronte ai commissari – dicendomi che per l’incarico alla Direzione Affari penali ‘non c’erano dinieghi o mancati gradimenti’ mi fece intendere che per la soluzione di capo del Dap aveva ricevuto prospettazioni di diniego o di mancato gradimento. A cosa si riferisse non è compito mio dirlo, lo potrebbe dire solo il ministro”. Nessun passo indietro, quindi. Anzi. “Io ho ritenuto di dover raccontare la verità e non me ne sono pentito. Perché a questo punto la vicenda non è più personale ma è diventata istituzionale”, insiste.

Il consigliere Csm racconta la “sorpresa” provata a via Arenula, nel corso dell’incontro con il ministro della Giustizia, “Ero rimasto un po’ stupito del ridimensionamento che il ministro faceva del ruolo e dell’importanza del Dap. Io lo ascoltavo. Mi disse che il Dap non era più disponibile e mi disse che aveva pensato al dottor Basentini. Già il 19 giugno mi parlò del dottor Basentini. Ed effettivamente la richiesta della collocazione fuori ruolo di Basentini al Csm era del 19 giugno”, ricostruisce.

Nessuna accusa specifica, ma nemmeno la volontà di ritrattare

“Fare passare tutto per mie percezioni e malintesi non è corretto. Mi fa apparire come uno che racconta balle o uno che non ha capito il colloquio con il ministro della giustizia, che invece ho capito bene”, sottolinea rispondendo ai commissari. Alcuni di loro chiedono quindi che ad essere audito “urgentemente” sia proprio il Guardasigilli. “Non vi fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Punto!”, ha più volte assicurato Bonafede in Parlamento. (LaPresse)

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