Impariamo a scegliere meglio i nostri eroi

Chissà se esiste una vita dopo la morte. Chissà se esiste un paradiso dove le nostre anime sopravvivono alle nostre mortali spoglie e continuano a vivere. E chissà se anche in questo luogo, in questo momento, stiano imbastendo una revisione sulla vita mortale di Indro Montanelli come quaggiù in italica patria. Patria di poeti, santi e navigatori, certo, ma anche di popoli diversi uniti sotto un unico vessillo in disperata ricerca di eroi in cui da Palermo ad Aosta ci si possa riconoscere. Un Cesare, un Colombo, un Garibaldi o, perché no, un Montanelli. Questa italiana tendenza diventa mitizzazione, perché non vi deve esser macchia nell’operato dei nostri eroi. Che poi Cesare sia stato il dittatore che ha sottomesso la Gallia e Colombo e Garibaldi poco più che conquistadores siamo bravissimi a non vederlo. Così come siamo stati bravissimi, per anni, a dimenticare che il padre del giornalismo italiano, Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli, propinatoci in ogni forma come “il” giornalista, unico e solo, abbia preso in sposa una dodicenne durante la campagna italiana in Africa, dove combatteva (anche se lui la definì di sua sponte “una vacanza”) con la divisa fascista. La circostanza è confermata a più riprese dallo stesso Montanelli e documenti in tal senso sono facilmente reperibili anche online.

La questione esiste, ed è impossibile scinderla dal periodo storico in cui si colloca. Volendola analizzare, esistono una serie di valutazioni che – a seconda delle sensibilità di chi vi approccia – spostano l’ago della bilancia da “santo” a “pedofilo”. Ma senza via di mezzo, sia chiaro. Cambia qualcosa nel riconosciuto valore, nel suo campo di competenza, di Montanelli? I bari, i Musici e la Crocifissione di San Pietro del Caravaggio diventano meno spettacolari dopo aver scoperto che il suo geniale autore accoltellava a morte persone durante le risse e fuggiva da condanne capitali? La “mitizzazione” di Montanelli rientra in quella forsennata ricerca di eroi di cui questo popolo ha bisogno, ricerca che fa chiudere gli occhi su una vicenda nota a tutti da decenni ma che non ha mai frenato la voglia di erigere un eccellente giornalista a “Il” giornalista, emblema degli eroici valori italiani.
Già. Nota a tutti da decenni. Perché non è un mistero che Montanelli abbia usufruito del madamato durante la sua breve esperienza in Etiopia. Eppure esplode ora, in connessione ai tragici fatti che oltreoceano hanno portato alla morte dell’afroamericano George Floyd per mano (anzi, per ginocchio) di un poliziotto. Così come siamo bravi a proclamare eroi senza macchia, o smacchiarli alla buona, così siamo bravi a trovare mostri da distruggere. Perché siamo sempre una Patria di poeti, santi e navigatori ma nell’ultimo decennio siamo diventati anche particolarmente abili con i nostri girotondi, i flash-mob e le fiaccole sempre pronte per ogni evenienza. Pronti ad abbracciare le cause più semplici da comprendere, in particolar modo quelle virali che richiedono ancora minor sforzo. Montanelli riposava in pace dal 2001. Nel mentre, prima che il video della sua intervista-confessione tornasse prepotentemente online, nessuno – nemmeno i movimenti femministi – sembravano così indignati dall’intitolazione dei curati Giardini Montanelli con tanto di statua ad imperitura memoria voluta dall’allora sindaco Albertini.

E mentre l’America brucia, e potrebbe bruciare il mondo intero, il Popolo di poeti, santi e navigatori non trova alternativa migliore per partecipare all’ondata collettiva (all’urlo di #blackLivesMatter) che prendere a secchiate di vernice rosa una statua che racconta tutt’altra storia. Non è il monumento che celebra sanguinari dittatori e ne avvalora la posizione, né un inno alla pedofilia e al razzismo: la statua di Montanelli è solo l’emblema di come l’Italia sceglie i suoi eroi.

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