Fiorai in crisi: brancoliamo nel buio

NAPOLI – Si celebra oggi la prima giornata nazionale dedicata al florovivaismo Made in Italy. Una mobilitazione nazionale senz’altro amara: da Nord a Sud, tutti i fiorai, i vivaisti e chiunque lavori in questo settore proveranno ad attirare l’attenzione del Governo sulla crisi nera subita a causa del lockdown.

L’evento è organizzato dalla Coldiretti in collaborazione con Affi (Associazione floricoltori e fioristi italiani) e Federfiori, a partire dalle 9.30 lungo tutta la Penisola, da Venezia con la gondola fiorita, in piazza San Marco, fino a Napoli, in piazza Mercadante. Abbiamo ascoltato uno dei rappresentanti del settore, chi, come migliaia di altri lavoratori, vive sulla sua pelle il disagio di un futuro incerto.
Roberto Guida (nella foto accanto), titolare del negozio “Flower designer” di Napoli, testimonia che dall’inizio dell’epidemia, per quanto riguarda il suo fatturato, è andato in fumo “il 60-70 % dei guadagni. Il nostro lavoro si basa su una programmazione che avviene con grande anticipo: gli eventi non nascono da un giorno all’altro, ma li si organizza anche un anno prima. E così, è saltato tutto il lavoro già fatto: sopralluoghi delle location, piani già stabiliti con gli sposi, acconti, investimenti già fatti”. Insomma, buttato al vento tutto ciò su cui si era lavorato prima che il coronavirus arrivasse da noi.

L’aiuto da parte del Governo, spiega Roberto, c’è stato per i mesi di marzo e aprile, “ma ciò che mi fa più paura ora è la programmazione. Tutto il nostro lavoro si basa su questo, anche la stessa coltivazione dei fiori. Ora molti fiori mancano perché i coltivatori hanno avuto timore di investire e seminare: per esempio, questo è il periodo della fioritura dei girasoli, eppure non se ne trovano”. Lavorare, quindi, con l’incertezza del domani. Un macigno che pesa sull’entusiasmo, “indispensabile per il fioraio: il cliente ti sceglie per la tua creatività, la passione che ci metti. Con la paura addosso, però, viene meno proprio la motivazione di base”.
Qualche spiraglio positivo sembra però esserci: “Tra settembre e ottobre ho chiuso una ventina di matrimoni, ovvero quelli che dovevano svolgersi a maggio e che sono così slittati. Si è riaccesa in me una grande voglia di dare, voglia però non supportata dalla Regione o dal Governo. Non esiste alcuna strategia su come affrontare la crisi che ci ha investiti, e di certo non possiamo né vogliamo vivere di sostegni, che, tra parentesi, non arrivano nemmeno più: quelli finora ricevuti equivalgono forse al 10% delle spese che ciascuno di noi ha ogni mese”, continua il fioraio.

Ora, quindi, bisognerà ricominciare tutto daccapo: riprogrammare gli eventi, parlare con gli sposi, effettuare nuovi sopralluoghi, “senza sapere se questi eventi si faranno veramente: se dovesse arrivare una seconda ondata di contagi noi non sapremmo che pesci pigliare. Navighiamo a vista: lavorare così è estremamente frustrante. Ma la cosa che più mi fa rabbia, è vedere che ci sono tante persone, giovani e non, che nonostante tutto hanno una grandissima voglia di lavorare, anche 15 ore al giorno, e lo Stato non fa nulla per premiarle e aiutarle. Io stesso mi sono ritrovato a dire agli sposi “Lavorerò anche di notte per voi”, pur di farli stare sereni: sposarsi è un passo importantissimo, per cui devi avere sempre il sorriso sulle labbra per i tuoi clienti”.
Insomma, pur mettendoci tutta la buona volontà e la forza fisica ed economica di questo mondo, senza delle adeguate linee guida si brancola nel buio. Intanto, lo Stato pretende anche il pagamento delle tasse arretrate. “E’ impensabile: se non hai avuto introiti per quattro mesi, come si può pretendere che paghiamo anche le tasse? La nostra è una finta apertura: con quello che guadagni in un mese riesci a coprire a stento le spese di vita familiare e di gestione del negozio, e non mettere anche i soldi da parte per le tasse: così si fallisce, è un calcolo matematico”.

Durante il lockdown, Roberto, come tanti suoi colleghi, si è affidato alle consegne tramite portali online: “Ce l’abbiamo messa tutta, per poi vedere però che nei supermercati si vendevano i prodotti che potevi trovare in un negozio piccolo come il mio. La verità è che lo Stato il potere di chiudere la piccola bottega ce l’ha. Ma le grandi catene dei supermercati, quelle no, non le può chiudere”.
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