I dati Istat dipingono un’italia divisa e in difficoltà

L'intervento di Lorenzo Fattori, ricercatore di Scienze Sociali - Federico II

Ieri l’Istat ha pubblicato i risultati delle rilevazioni condotte nel mese di maggio, che evidenziano la fase difficilissima – per usare un pallido eufemismo – in cui si trova il sistema socioeconomico italiano, pur con un timido segnale di ripresa. Per la prima volta da due mesi, infatti, aumenta il numero di ore lavorate pro capite, in un quadro però che vede un’ulteriore diminuzione dell’occupazione: -0,4% rispetto ad aprile, che equivale a circa 84.000 lavoratori e lavoratrici. Il tasso di disoccupazione aggregato è ora del 7,8% (in aumento del 1,2% rispetto al mese precedente) ma, com’è evidente, per comprendere meglio la situazione questo dato va scomposto: come avviene ormai da troppi anni, è tra le fasce più giovani che si concentra il maggior numero di disoccupati; il tasso arriva infatti a 23,5% (+2,0). È ancor più marcata la differenziazione territoriale: nella fascia dai 20 ai 24 anni di età, laddove per il primo trimestre del 2020 il tasso di disoccupazione italiano è del 28,1%, nel Mezzogiorno (isole comprese) questo sale al dato spaventoso del 45%. Per la fascia immediatamente successiva, 25-34 anni, il dato aggregato è del 13,7%, quello del Sud del 25,5%.

Questi numeri descrivono con brutale sintesi quella che è la configurazione purtroppo strutturale dell’economia italiana: un’economia delle disuguaglianze tra le diverse aree geografiche del Paese e tra le diverse fasce demografiche e sociali. Essa, come un cane che si morde la coda, non determina altro che il proprio indebolimento ulteriore, non consentendo a larghi strati della popolazione che – in altre condizioni – sarebbero ben più propensi ai consumi di inserirsi all’interno della circolazione economica. Il Covid-19 si è dunque abbattuto come un maglio su un contesto già strutturalmente debole; anche qui, i dati dell’Istat restituiscono una fotografia drammatica: rispetto a maggio 2019, sono stati persi 613.000 lavoratori e lavoratrici, mentre 1 milione e 140mila persone in più tra i 15 e i 64 anni sono divenuti inattivi, ossia hanno rinunciato alla ricerca di lavoro.

Dinnanzi a questo disastro sociale, che denuncia l’urgenza che il governo intervenga con tutte le misure di sviluppo che ha la possibilità di attivare, c’è un dato che invece crea un impressionante contrasto: l’andamento della borsa di Milano. L’indice Ftse Mib, infatti, nel secondo trimestre ha avuto un incremento del 13,7%: mentre l’economia reale del Paese è in grave difficoltà, la finanza cresce. In una situazione così complessa, la risposta deve essere articolata: non è più procrastinabile un piano strategico per lo sviluppo del Sud, che abbia il suo focus nell’occupazione giovanile e nell’aumento di dimensione delle imprese; quello presentato dal Ministro Provenzano è un ragionevole punto di partenza, ma migliorabile. Allo stesso modo, è necessario un imponente investimento in ricerca e innovazione: quello già approvato dal governo per l’università, 1,4 miliardi in tre anni, è appena sufficiente a restituire una parte dei tagli al budget dell’ultimo decennio. Infine, se la finanza continua ad arricchirsi nonostante le problematiche dell’economia, perché non riproporre la tassazione delle transazioni finanziarie? Nell’Unione Europea – la sede in cui inevitabilmente andrebbe fatta questa discussione – si stanno aprendo grosse crepe nel dogmatismo liberista che ha imperato negli ultimi decenni; utilizzare questa contingenza per riequilibrare i rapporti, troppo sbilanciati a sfavore dell’economia reale, aprirebbe davvero interessanti prospettive per il futuro.

di Lorenzo Fattori, ricercatore di Scienze sociali – Federico II

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