La fine di un regno

Tempo di vigilia elettorale e di composizione delle liste che dovranno sostenere la corsa dei candidati alla Presidenza della Regione Campania. Avvantaggiato dall’essere già nella stanza dei bottoni, Vincenzo De Luca pare possa contare su una dozzina di liste a sostegno della sua rielezione. Esaltato dalle filippiche televisive nell’epoca del Covid-19, gradite al vasto pubblico, De Luca ha risalito la china tanto da risultare in vantaggio sul candidato del centrodestra, Stefano Caldoro, tardivamente incaricato dopo mesi di tira e molla tra Lega e Forza Italia.
Vero è che il gradimento del candidato non si trasforma necessariamente in un voto sicuro. Tuttavia, Caldoro è sotto di una mezza dozzina di punti percentuali nei primi sondaggi. Un ritardo che potrebbe essere stato determinato da vari fattori, sia politici sia psicologici. Il disagio psicologico viene dalla infinita diatriba interna sul toto-governatore, salvo poi ripiegare su di un nome già bocciato alle urne. Una designazione, quella di Caldoro, che suona come una implicita dichiarazione di impotenza.
Sul versante opposto, De Luca ignora le punzecchiature della sinistra alternativa che invoca il rinnovamento, imbarca e riabilita un’intera categoria di personalità dichiaratamente di destra. Clemente Mastella, Aldo Patriciello, Cirino Pomicino, Angelo Montemarano, i nomi più noti che sono a patrocinare uomini e liste per il governatore. Poco importa all’ex sindaco di Salerno che, come Vespasiano con i soldi, non fa lo schizzinoso con i voti. Giocheranno inoltre un ruolo decisivo le incognite di De Magistris e dei pentastellati. Insomma, un clamoroso rimescolamento di carte, che conferisce alla competizione uno stato confusionale che si caratterizza per qualunquismo ed opportunismo.
Intanto, in Forza Italia è in corso una resa dei conti. Si tenta di emarginare uno dei serbatoi storici di voti del partito di Berlusconi, la famiglia Cesaro.
Non credo si tratti solo di un anelito moralizzatore quello che ha imposto ad Armando Cesaro, inquisito insieme al padre, di rinunciare alla candidatura regionale tra le fila di Forza Italia. Se così fosse, l’anelito giungerebbe tardivo. I Cesaro sono chiacchierati da anni ma nessuno ha mai eccepito alcunché nel partito di Berlusconi. Anzi, al tempo del cerchio magico, il giovane Armando aveva libero accesso sia a palazzo Grazioli sia ad Arcore. Lo stesso genitore Luigi Cesaro, detto Gigino, è stato il dominus del partito nella stagione successiva a quella gestita del commissario e magistrato Nitto Palma, chiamato a Napoli a rabberciare le crepe aperte nel partito dopo lo scandaloso arresto di Nicola Cosentino.
Fui testimone di quella stagione politica nella quale Nicola Cosentino fu rinnegato senza il bene di una riflessione politica ed umana.
Cancellato tout court in un partito che aveva portato, alle politiche 2008, alla maggioranza assoluta dei voti. Allora come adesso prevalse la faccia tosta, la memoria corta e l’ingratitudine smaniosa di rimpiazzare il capo defenestrato. Eppure, dopo l’esclusione di Cosentino, ancorché abbandonato da quasi tutti gli ex amici, c’era ancora un simulacro di partito, tessuto organizzativo ed elettorale, una rappresentanza politica consistente sul territorio. Insomma, c’era un regno da ereditare da parte degli amici di Cesaro. Ora invece non si scorge eredità politica, ma solo ereditieri di mezza tacca, che restano in lizza sulle disgrazie giudiziarie degli altri.
Raffaele de Cesare, storico napoletano, scrisse un puntuale diario degli ultimi anni del Regno di Francesco II, detto Franceschiello, re delle Due Sicilie. Descrisse la decadenza progressiva, lo sfaldamento del regno fino all’ultimo assedio di Gaeta. Un regno, scrisse, è perduto non a causa dell’esito di un’ultima battaglia, ma perché si erano già create le condizioni morali e materiali perché si perdesse a causa dell’esito di una sola battaglia.
La degenerazione e la mediocrità politica cominciarono appunto nel tempo nel quale alcuni parlamentari di FI furono allontanati perché lamentavamo sudditanza al cerchio magico e sciatteria politica. Fummo tra i pochi a ravvisare l’atteggiamento pilatesco di Berlusconi e della sua corte nella vicenda Cosentino e con lui i cortigiani reggicoda che ne avevano occupato il posto alla guida del partito. Fummo trattati con il fastidio di chi non ritiene di dover dedicare tempo all’analisi ed al ragionamento politico.
Ora la ruota della Storia è girata.
I Cesaro sono sotto la “ghigliottina” politica per motivi giudiziari. Nessuno alza una voce in loro difesa, come se fossero diventati degli ectoplasmi estranei alla storia del potere berlusconiano in Campania. È certamente la fine di un regno, però non quello dei Cesaro, ma del regno patinato e di plastica di Berlusconi che volge al tramonto.

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