Saccheggiare il web non è giornalismo

AFP PHOTO / Kirill KUDRYAVTSEV

La settimana scorsa un treno della metropolitana linea 1 di Napoli si è bloccato tra le stazioni di Materdei e Museo. Forse avete visto le immagini della fiumana di persone evacuare il treno e percorrere la buia e sporca galleria per guadagnarsi l’uscita. In quel treno c’erano tre giornalisti, che hanno permesso di documentare la cronaca di quanto accadeva e produrre le immagini che hanno fatto il giro delle testate italiane. Un giornalista è un professionista che sa gestire il valore notizia e di questa competenza ne fa indotto economico. Lo fa in un settore ormai da decenni in una profonda crisi economica. Spesso e volentieri, a produrre materiale come quello sopra citato sono i collaboratori esterni, quelli che vivono la professione giornalistica con maggiore difficoltà perché l’economia dei giornali è quella che è, e non entriamo nel merito.
Torniamo alla galleria: il racconto giornalistico, ottenuto mentre i giornalisti lerci transitavano insieme a cardiopatici e ipertesi su una stretta banchina piena di grasso, è stato ceduto ad alcune testate, certo. Ma altre invece ne hanno attinto gratuitamente. Perché? Perché “era su Internet”. Questo è uno dei problemi che attanaglia la professione. Chi vende foto, video e materiale giornalistico spesso si vede depredato del frutto del suo lavoro perché non esiste una cultura della proprietà intellettuale su Internet. A cominciare, del resto, furono proprio le grandi testate che attingevano ai contenuti prodotti su YouTube fingendo che da quei contenuti non vi fosse un ritorno economico per gli autori, provocando anche un’importante levata di scudi qualche anno fa contro il gruppo l’Espresso.
Per anni una parte del panorama politico ed una del panorama editoriale sono state convinte che tutti i materiali che un utente decideva di pubblicare sui social diventavano autonomamente di pubblico dominio. Quindi, gratuiti. Quindi, regalati.
Chiaramente, non è mai stato così. Pubblicare un contenuto su una piattaforma vuol dire, tacitamente, cederne i diritti di utilizzo PER LA piattaforma e ALLA piattaforma. Ve lo spieghiamo con un esempio: se io decido di pubblicare la foto di mio figlio su Facebook sto autorizzando Facebook a mostrarla ad altre persone, visualizzarla sui newsfeed altrui etc.etc. Non sto certo autorizzando un’azienda di pannolini a usare la foto di mio figlio per fare pubblicità al suo prodotto. Posso tranquillamente portare l’azienda in tribunale e chiedere soldi. E li vedo, gli avvocati dell’azienda di pannolini, dire: “Eh, ma io l’avevo presa da Facebook”.
Con il tempo, una giurisprudenza importante sta nascendo sull’argomento. Considerando però che i social sono stati sdoganati proprio da Facebook ormai 16 anni or sono, l’ignoranza che già prima non era giustificabile adesso è inaccettabile. La proprietà intellettuale non sparisce pubblicando qualcosa sul web. Una mia opera, una mia foto resta tale anche se decido di condividerla online, a meno che non la “licenzi” appositamente per permettere – alle mie condizioni – a qualcuno di riutilizzarla. Quando poi non parliamo nemmeno di social ma di siti e piattaforme proprietarie, non ne parliamo proprio.
Ed è quanto è accaduto con le immagini della metropolitana. Con logo o senza, utilizzate senza chiedersi chi le avesse realizzate e se le avesse vendute. C’è bisogno di una nuova cultura sulla proprietà intellettuale, che venga veicolata in primis dai professionisti dell’informazione, e poi rientri nel dibattito politico e sindacale. Esistono nuove economie che possono diventare una boccata d’ossigeno per l’intera nazione, se siamo capaci di tutelarle.

Enrico Parolisi
esperto di comunicazione digitale

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