Le mani del clan Zagaria sull’affare latte. Il salumiere di Brezza e la distribuzione in tilt raccontati dal pentito

La testimonianza di Francesco Zagaria nel processo ai Capaldo. Il commerciante della frazione di Grazzanise è estraneo all'inchiesta ed è innocente fino a prova contraria


CASAPESENNA – “Sapevano tutti che io ero ‘o parente ’e Michele Zagaria”: Ciccio ‘e Brezza, al secolo Francesco Zagaria, alla Dda lo sta dicendo dal 2019. E lo ha ripetuto pure lo scorso 8 luglio, in videocollegamento con il tribunale di S. Maria Capua Vetere.

Nel Basso Volturno e a Capua, fino al 2017, data del suo primo arresto, era stato un punto di riferimento dei Casalesi. “Per qualsiasi problema si rivolgevano a me”: e lo avrebbe fatto, ha spiegato il pentito, anche Eugenio Scione, titolare di un minimarket a Brezza, quando la distribuzione del Latte Berna, per diversi giorni, andò in tilt.

La circostanza è stata raccontata dal collaboratore di giustizia nel corso del processo a carico di Filippo e Nicola Capaldo, nipoti del boss Michele Zagaria, accusati di trasferimento fraudolento di beni aggravato dalla finalità mafiosa. Al centro dell’inchiesta che ha trascinato i due fratelli a giudizio, insieme ad Adolfo Greco, imprenditore di Castellammare di Stabia, e a due dirigenti della Parmalat, Vincenzo Vanore e Antonio Santoro, casertani, tutti imputati per concorso esterno al clan, c’è il tentativo dei parenti del padrino di rientrare nell’affare latte dopo la confisca della loro Euromilk.

Filippo Capaldo

I Capaldo, questa la tesi del pm Maurizio Giordano, misero in piedi un’altra società, la Santa Maria, intestandola a dei prestanome, e con l’aiuto di Greco con- vinsero i manager dell’azienda di Collecchio a revocare le concessioni di distribuzione dei pro- dotti Berna alla ditta che dal 2013 era finita definitivamente nelle mani dello Stato. Tolte alla Euromilk furono girate alla nuova azienda. In questo modo i Capaldo, dice la procura, riuscirono a ‘resistere’ in uno dei business storici del gruppo Zagaria.

E proprio durante questa operazione (passaggi societari e cambio di con- cessioni), stando alla tesi della Dda, in diversi negozi si registrò un blocco delle forniture del latte. L’episodio, ha raccontato il pentito, mise in allerta il suo amico Scione (non coinvolto nell’inchiesta ed innocente fino a prova contraria). “Mi disse – ha raccontato Zagaria – che i prodotti Berna, che vendeva nella salumeria, per un certo periodo non erano più arrivati, tanto che io gli spiegai che la società che li distribuiva era stata sottoposta a
sequestro e confiscata”. Della vicenda, Ciccio ‘e Brezza, ancor prima di ieri, aveva già riferito al pm Giordano anche in un verbale del settembre scorso (tra gli atti dell’inchiesta). E l’interrogatorio reso ieri ha ricalcato sostanzialmente quanto il pentito aveva narrato nel 2019. Qualche mese dopo lo stop, i prodotti tornarono ad essere consegnati.

“Scione voleva sapere da me se poteva prenderli perché era a conoscenza che la precedente gestione era sempre dei Capaldo e voleva avere conferma di tale circostanza”. In- somma, il clan non doveva essere ‘scontentato’. “Presi informazioni a Casapesenna all’interno della famiglia Zagaria – spiegò il pentito nel verbale -. Mi rivolsi a mio cugino, Franco Fontana (estraneo all’inchiesta ed innocente fino a prova contraria), titolare di un bar a Casapesenna, per chiedergli conferma e lui effettivamente mi disse che i Capaldo stavano continuando a distribuire gli stessi prodotti. Fontana sapeva queste circostanze perché era ben addentro alle questioni del clan pur non facendone parte”.

Il processo riprenderà la prossima settimane per il contro-esame di Zagaria (dovrà rispondere alle domande degli avvocati) e per l’interrogatorio del pentito Attilio Pellegrino. Filippo Capaldo si trova in cella, Nicola Capaldo, Greco e i dirigenti Parmalat sono ai domiciliari. Nel collegio difensivo gli avvocati Giuseppe Stellato, Ferdinando Letizia, Nello Sgambato, Vincenzo Maiello e Angelo Raucci.

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