Indagini sulla rete di Filippo Capaldo, Zagaria accusa un imprenditore

Il pentito ha tirato in ballo un allevatore di Cancello Arnone

CASAPESENNA – Ha parlato di fiancheggiatori, prestanome, affiliati, imprenditori e politici collusi. Alcune delle informazioni che Ciccio ‘e Brezza, al secolo Francesco Zagaria, pentito dall’estate del 2019, ha dato alla Dda sono già state oggetto di processi, ma la maggior parte di quelle notizie è ancora off-limts. Indagini in corso. Qualcosa, però, scappa. E’ fisiologico. E quando accade si intravedono nuovi scenari. Come è successo venerdì. In videocollegamento con il tribunale di S. Maria C.V., il collaboratore di giustizia ha testimoniato contro i fratelli Filippo (nella seconda foto) e Nicola Capaldo (nella terza foto), nipoti del capoclan Michele Capastorta Zagaria. E rispondendo alle domande del pm ha tirato in ballo un tale Mormile, imprenditore agricolo di Cancello Arnone. Da quest’ultimo Ciccio ‘e Brezza ha sostenuto di aver ricevuto soldi che erano di Filippo Capaldo. Il personaggio che il pentito ha citato (non coinvolto nel processo ed innocente fino a prova contraria) si sarebbe reso protagonista di una sorta di passaggio di consegne avvenuto dopo l’arresto del nipote di Capastorta.

Il racconto di Ciccio ‘e Brezza, però, è stato bloccato dal pm Maurizio Giordano. Il caso, a quanto pare, è ancora all’attenzione degli inquirenti. I germani Capaldo sono a giudizio, dinanzi al tribunale di S. Maria Capua Vetere, per trasferimento fraudolenti di beni aggravato dalla finalità mafiosa. Avrebbero intestato fittiziamente le quote della cooperativa Santa Maria, poi trasformata in una srl, a Teresa Zazzaro (che ha patteggiato) e ad altri indagati per evitare eventuali misure patrimoniali (la Dda avrebbe potuto chiedere il sequestro della nuova azienda). I fratelli, inoltre, secondo l’Antimafia, hanno contattato Adolfo Greco, imprenditore stabiese, per avvicinare Vincenzo Vanore e Antonio Santoro, dirigenti della Parmalat, affinché revocassero le concessioni di distribuzione del latte Berna alla Euromilk (società che i Capaldo avevano perso dopo la confisca del 2013). L’obiettivo era girare le commesse che aveva la loro ex azienda, ora di proprietà dello Stato, alla Santa Maria, formalmente costituita da persone che nulla avevano a che fare con la famiglia Zagaria, ma di fatto, dice la procura, riconducibile proprio ai nipoti del boss. Con i Capaldo sono a processo pure Greco, Vanore e Santoro, accusati di concorso esterno al clan. Ad assisterli gli avvocati Vincenzo Maiello, Angelo Raucci e Nello Sgambato. I difensori dei fratelli di Casapesenna, gli avvocati Giuseppe Stellato e Ferdinando Letizia, nella scorsa udienza hanno depositato al collegio anche la sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittime le intercettazioni usate nell’inchiesta che tirano in ballo proprio i Capaldo. Il processo riprenderà a metà settembre.

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