Referendum costituzionale, se ne parla troppo poco

L'intervento di Lorenzo Fattori dell'associazione Futuro Prossimo

Il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari è il grande rimosso di questa stagione politica. Eppure si tratta di un intervento estremamente rilevante sulla legge fondamentale del nostro Stato: la diminuzione dei membri delle principali assemblee rappresentative del nostro Paese non può che avere effetti di straordinaria rilevanza su tutta la nostra vita civile, alcuni forse addirittura imprevedibili ad oggi. Peraltro, com’è noto, il governo ha improvvidamente deciso di accorpare la data del referendum con quella delle elezioni che si terranno in sei regioni, con il risultato che il già scarso dibattito su questo tema verrà ulteriormente mortificato.

Nonostante ciò, già svariati studiosi di grande prestigio, a partire dal prof. Massimo Villone, hanno presentato svariate ragioni di ordine giuridico che indicano quanto sia inopportuno e finanche pericoloso questo referendum. Io qui vi propongo di valutare anche alcune ragioni non giuridiche, quelle che attengono maggiormente al contesto sociale e civico italiano.
La Storia ci racconta che l’Italia è un Paese grandemente frammentato, in cui le identità locali, il campanile, tuttora rivestono un significato profondo per le identità dei cittadini; ma la frammentazione riguarda anche i contesti economici, laddove a contraddizioni di carattere macro (tra le quali la più rilevante è la differenza tra il Nord e il Mezzogiorno) si sommano disuguaglianze significative anche all’interno dello stesso territorio: basti pensare, per fare un esempio scontato, a cosa significhino in termini di servizi, sicurezza sociale e opportunità, pochi chilometri di distanza, a Napoli, tra il Vomero e Scampia, o Pianura.

Per quanto attiene invece al contesto politico attuale, non si può trascurare il sentimento di esclusione e non-rappresentazione provato da una parte già larga e sempre crescente della cittadinanza, che più volte negli ultimi decenni essa ha testimoniato tramite il proprio comportamento di voto e, ancor più, di non voto. È questo un elemento stridente, poiché alla base dell’impianto costituzionale, dai padri costituenti, fu messa proprio la necessità di includere le masse (come si diceva all’epoca) nella vita civica e politica, dar loro un protagonismo all’interno dello Stato, di segno però diverso rispetto a quello cupo e violento degli anni del fascismo.

In questa situazione, la scelta di quasi tutte le forze politiche è stata dunque quella di comprimere ulteriormente gli spazi di rappresentanza, con il risultato che, se questa riforma verrà approvata, ogni parlamentare dovrà rappresentare quasi il doppio della popolazione rispetto ad oggi. Davvero c’è qualcuno che ritiene che ciò possa avere un effetto positivo sulla complessità del nostro tessuto sociale?

La nostra democrazia non vive una delle sue stagioni più felici e, come sappiamo, la fiducia nei confronti del suo funzionamento, oltre che dei suoi attori, non è elevata. Una riduzione della rappresentanza non può che indebolire ancor di più la già tenue capacità della politica di fare da tramite tra la cittadinanza e i luoghi decisionali. Ed è per questo che chi ha a cuore la tenuta nel lungo periodo dei processi democratici del nostro Paese non ha altra scelta che schierarsi contro questa riduzione degli spazi democratici e votare no al referendum di settembre.

di Lorenzo Fattori dell’associazione Futuro Prossimo

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