Uno sguardo dal ponte

Ho avuto l’opportunità di leggere quel capolavoro della letteratura americana del secolo scorso che è “Uno sguardo dal Ponte”, di Arthur Miller. Un dramma che racconta la storia di lacrime e stenti di una famiglia di immigrati italiani che lavorava nel porto di New York. Una storia cruda che si svolgeva all’ombra del mastodontico ponte che unisce Brooklyn a Manhattan.
In quel libro c’erano gli stessi ingredienti che oggi condiscono i palinsesti dei TG italiani, con l’inaugurazione del ponte di Genova e l’eterna polemica sugli sbarchi e sui flussi migratori. Una polemica inasprita dai focolai di Covid-19 di cui sono portatori diversi migranti e che, distribuiti nei vari centri di accoglienza sul territorio, hanno contribuito a provocare una diffusione dei contagi ed un sensibile aumento dei casi positivi, asintomatici, al coronavirus.

I migranti dell’opera di Miller si affacciavano dal ponte di New York, agli inizi del secolo scorso. Erano italiani e parlavano i diversi dialetti delle regioni povere del Nord e del Sud. Fu la storia di un secolo che, fino al 1950, registrò oltre trenta milioni di emigranti italiani, quasi l’equivalente dell’intera popolazione del Paese di inizio Novecento.
Il miracolo economico italiano, realizzato da statisti come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi, con l’apporto di un’intera classe politica qualificata e forgiata dalla cultura politica, dalla militanza in partiti politici organizzati e dalle lotte sociali, ridusse al minimo quella storia di lacrime e stenti per coloro che cercavano nel mondo un lavoro ed una vita più dignitosa.

Il piano Marshall, ideato degli americani a sostegno delle nazioni che si erano collocate sul versante occidentale, della libertà e della democrazia, consisteva nella distribuzione di grano, farina, viveri e sussidi gratuiti per le famiglie indigenti, oltre all’abolizione del pesante debito di guerra, fece da viatico per la rinascita sociale ed economica italiana. Il fenomeno migratorio, pur sensibilmente ridotto, si spostò sul versante interno, con la migrazione verso le industrie del Nord che crescevano con gli aiuti dello Stato repubblicano, ancorché rimaste saldamente nelle mani di famiglie imprenditoriali, riciclatesi dal collaborazionismo col fascismo. Un ceto industriale che aveva guadagnato e prosperato sulle guerre di Mussolini, a caccia della sua parte di gloria e dell’impero, con il Duce che indicava nell’Africa lo spazio e la gloria per tutti. Una storia, questa, che nella scuola moderna, quella che ha seppellito la didattica e l’istruzione in favore dell’accoglienza e di una supposta parificazione sociale, non si studia e che quindi gli italiani non conoscono.

Da questa lacuna cognitiva e dalla proverbiale scarsa caratura civica del popolo italiano, nasce buona parte della repulsione al fenomeno migratorio. Un fenomeno divenuto argomento di speculazione politica, più che di analisi ragionata, pretesto per una politica che lancia messaggi di paura per accattivarsi il consenso elettorale. Tuttavia, non va dimenticata l’assoluta incapacità dei governi italiani di sapersi districare in sede europea, chiedendo che il fenomeno fosse inquadrato e controllato, con un più ampio progetto di accoglienza che investisse tutti i paesi europei.

Un’Europa con poca forza lavoro e molte pensioni da pagare, con una popolazione sempre più vecchia e con indici vicini allo zero per i nuovi nati. Un’industria o priva di personale che voglia accollarsi lavori pesanti, pericolosi, usuranti e spesso sottopagati. Questioni con le quali dovremo fare i conti, comunque la si pensi sul fenomeno migratorio.

Veniamo all’altro argomento, la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. In questo caso la cerimonia è stata commemorativa delle vittime, senza la bolsa e ridondate retorica delle grandi occasioni. Renzo Piano ha saputo interpretare il dolore per le vittime, ma non ha potuto ricordare che quel ponte è crollato sotto le colpe dello statalismo, prima che dei Benetton, gestori della rete autostradale. Uno Stato che, occupato dai partiti al governo, non esercita capacità gestionali ma solo clientelari, non avendo etica del merito e dell’efficienza. Così si sperperano soldi fino a quando non regala il bene, ormai deteriorato e fallimentare, ai privati. In questo caso le autostrade.

I Benetton hanno privatizzato utili lesinando sulle spese, complice la burocrazia e la politica. Oggi si ritrovano a rivendere azioni che costarono niente allo stesso Stato che le paga miliardi di euro. Questa scempiaggine viene fatta passare per un’opera di giustizia e di risarcimento. Insomma, volendo lanciare uno sguardo dal ponte di Genova sull’Italia sottostante, osserveremmo cose vecchie e stantie: una nazione truffata due volte, con un corredo di vittime alle quali nessuno concederà giustizia. Al massimo del vile danaro per risarcimento.

*ex parlamentare

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