La bolla social di un’opulenza che non esiste

Anche voi, passando un po’ di tempo su Facebook, avete avuto la sensazione, la quasi certezza che per una cospicua parte dei vostri contatti non esiste alcuna crisi economica causata dalla pandemia da Covid-19? E anche voi vi siete chiesti da dove derivi questa convinzione? Presto detto: si vedono le foto delle persone in vacanza. Stando al cerchio magico in cui il social network (anziché aprirci) ci chiude, buona parte dei miei amici su Facebook ritiene che – non vedendo nessuno che pubblicamente si nega la vacanza – l’intera Italia tanto male non sta. Se puoi immergere le tue membra nell’acqua, vuol dire che non sei povero. Se puoi concederti del mare, tanto male non stai. Poi giù con i luoghi comuni: “Eccoli che hanno chiesto il bonus Covid e poi stanno sulla spiaggia”. Li guardo, anche un po’ ammirato, e ripenso a quella vecchia volpe di Silvio Berlusconi che circa nove anni fa, a margine di un G20 a cui partecipò da Presidente del Consiglio, spiegava al mondo e ai mercati che l’Italia rappresentava un’economia solida. A sostegno di questa tesi, la sua personale percezione: la gente nei ristoranti c’era, quindi l’Italia era un Paese ricco. Del resto, fin quando puoi mangiare, vuol dire che tanto male non stai. O no? Ieri come oggi, immaginavo questa scena di questo Presidente del Consiglio che andava sbirciando nelle osterie e nelle trattorie de borgata, magari nascosto in un grosso mantello, per fare la conta di quanti coperti erano occupati. Poi mi destavo e mi chiedevo quali ristoranti poteva mai vedere Berlusconi. Forse quelli del centro di Roma, vicino ai palazzi del potere politico. Forse ad Arcore. O forse in Costa Smeralda quando le vacanze gli concedevano un po’ di tempo libero per spiare nei locali. Ieri come oggi, il Paese reale non sembra corrispondere alla percezione di quello che era il premier del Paese. Figurarsi quindi come può il Paese reale essere quello che mostra un algoritmo sulla scorta di 500 persone (più o meno) che in qualche modo conoscete. Che in qualche modo fanno parte della vostra bolla.Scomponendo quindi la mia cerchia devo assumere che questo messaggio – quello che in Italia la crisi da Covid non sia così prepotente – lo stia acquisendo da colleghi giornalisti e esperti di comunicazione. Ma anche da esponenti politici, del mondo della cultura e dell’arte, da avvocati e professori, da professionisti e membri a vario titolo della cosiddetta (e sedicente) società civile. Sono loro, perlopiù, a comporre il mio rullo di aggiornamenti sui social. Chi più, chi meno avvezzo al digital. Sicuramente, tutti stregati dalla percezione che il mondo giri attorno a sé stessi, che tutto ciò che è universale è in qualche modo legato a “me” da una richiesta di amicizia accettata, un tacito patto attraverso cui decido che “tu appartieni” alla mia sfera.
In pratica, stuoli di persone condividono foto in barca e poi si lamentano che gli altri vadano in barca. Il Paese reale non è lì. Ma tutto ciò che non vedo dopo aver fatto accesso alla piattaforma, praticamente, ai miei occhi non esiste. Il Paese reale è (anche e soprattutto) in uno stabilimento balneare cilentano che la prima domenica di agosto stenta a riempirsi. Nelle autostrade stranamente percorribili e nei treni regionali mezzi vuoti. Non è a Capri, dove continuerà a recarsi chi possiede una barca. Non è a Ischia, dove chi può spendere continuerà a spendere. Il Paese reale è una somma di bolle che andrebbero raccontate interpretando dati e guardando negli occhi le persone. Non scorrendo il news feed fatto di una manciata di foto dei propri simili. Quindi, diffidate da chi tira le somme semplicemente scorrendo la propria bacheca Facebook. Questo è un esercizio di astrazione utilissimo: chiediamoci se tutto il mondo che vediamo sia il mondo nella sua globalità. Forse così torneremo con i piedi per terra.

*Esperto comunicazione digitale

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