Libano, la rabbia popolare esplode a Beirut: forche in piazza contro l’elite corrotta

Foto Hassan Ammar / AP

TORINO – I gas lacrimogeni annebbiano il centro di Beirut, fatto a pezzi dall’esplosione che martedì ha ucciso oltre 150 persone e ne ha ferite 6mila. Mentre ancora i soccorritori cercano decine di dispersi, le proteste popolari tornano a incendiare la città. Bersaglio: l’elite politica, accusata di corruzione e negligenza, nel mezzo di una crisi economica feroce che si trascina da anni. In piazza dei Martiri sono state allestite delle forche simboliche, ai cui capestri i manifestanti hanno appeso le sagome dei leader politici.

Migliaia le persone nelle strade, tra cui alcuni gruppi che hanno lanciato sassi e oggetti contro le forze di sicurezza e tentato di assaltare il Parlamento. Gli agenti hanno risposto sparando lacrimogeni e il bilancio è di almeno 140 dimostranti feriti, circa 40 portati in ospedale, secondo la Croce rossa. Un poliziotto è morto negli scontri, secondo i media locali. Un gruppo di dimostranti fra cui vari ex militari è riuscito a irrompere nel ministero degli Esteri, dove ha bruciato immagini del presidente Miche Aoun e ha letto un comunicato: il palazzo sarà la base della “rivoluzione”, e il governo si deve dimettere.

Il premier Hassan Diab poco dopo ha pronunciato un discorso in tv, in cui ha annunciato che lunedì proporrà elezioni anticipate, chiedendo alle parti politiche di mettere da parte i disaccordi e lavorare assieme. Ma è improbabile che la promessa serva a placare l’ira del popolo. Nel frattempo vari deputati dell’opposizione si sono dimessi, in segno di protesta. La fiducia nella ‘solita’ classe politica, che i libanesi vedono immobile dai tempi della guerra civile del 1975-1990, è pressoché nulla. Ultimo motivo: l’esplosione di migliaia di tonnellate di nitrato d’ammonio stoccate in modo inadeguato e non sicuro al porto di Beirut, che hanno originato la più grande esplosione mai vista nella capitale, causando 10-15 miliardi di dollari di danni (la stima è del governo). Oltre 6.200 le abitazioni danneggiate, centinaia di migliaia le persone rimaste senza casa.

Il disastro ha riacceso la rabbia popolare

È emerso che le autorità furono ripetutamente avvertite della pericolosa presenza della sostanza chimica, ma l’unica risposta fu l’inazione. Ora 19 persone sono state fermate, tra cui il direttore del porto e il capo del dipartimento doganale, ma l’impressione generale è che la linea sia lo ‘scaricabarile’. “Dimissioni o impiccagione”, ha riassunto uno striscione in piazza dei Martiri. Lo Stato ha annunciato un’indagine sull’esplosione, ma è assente in modo inquietante dalle strade e dagli sforzi per rimettere la città in sesto. A spazzare e ripulire le strade sono squadre di volontari, oltre ai soccorritori stranieri che cercano le vittime.

Dall’estero si sono sommate le richieste di un’indagine indipendente, che il governo e Hezbollah hanno rimandato al mittente. L’hanno chiesta tra l’altro l’Onu e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, oggi (sabato) nella città in segno di solidarietà. Ha promesso aiuti, ma ha anche chiesto profonde riforme. Michel ha incontrato il presidente Michel Aoun e i leader politici, alla vigilia della conferenza dei donatori promossa dalla Francia. Nel frattempo gli aiuti arrivano da giorni nel Paese, con equipaggiamenti, esperti e ospedali da campo. (LaPresse/AP)

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome