La lettera scarlatta

La controversia sulla natura dell’Unità d’Italia ancora dura, dopo un secolo e mezzo dalla breccia di Porta Pia, in quel 20 settembre del 1870, allorquando si completò la forzata annessione del regno pontificio al re piemontese. Dieci anni prima di Papa Pio IX aveva capitolato nella fortezza di Gaeta, l’ultimo dei Borbone, quel Francesco II passato alla storia col nomignolo diminutivo di Franceschiello. Fu con la caduta di Gaeta ed in ultimo, dopo mesi, della fedelissima città dell’Aquila che il regno delle Due Sicilie fu annesso al regno sabaudo. Che si fosse trattato di annessione e di una costrizione, gli storici ormai non lo negano più, come non negano che a muovere il tutto furono gli interessi inglesi ed i loro commerci in Sicilia. Peraltro, la flotta dei Borbone era potente e ben armata, tanto da poter tener testa all’egemonia inglese sui mari del Mediterraneo. Insomma, più che redenta per volontà del popolo meridionale, l’Italia del Sud fu unita a quella del Nord per far quadrare interessi militari e commerciali sovranazionali. Non ci influenza la retorica neoborbonica, che tende a rapportare e rappresentare il regno delle Due Sicilie come un luogo di bellezza e di grazia, decantando unicamente le opere e le usanze nella città di Napoli. A fronte di queste, la classe rurale dei territori interni era vittima dell’analfabetismo, del brigantaggio e del vassallaggio verso gli aristocratici. Una condizione che Ignazio Silone ben racconta in Fontamara, allorquando mette i cafoni nell’ultimo anello della scala sociale, ne disvela l’ignoranza che li rende prigionieri del sopruso, finanche assoggettati alla gabella sulla luce del chiaro di luna. Una condizione di miseria e di vita quasi animalesca priva di qualsivoglia tutela e diritto di cittadinanza. Senza questo presupposto, il popolo, che campava di stenti, non si sarebbe sollevato in favore dell’improvvisato esercito garibaldino. Insomma, non mancarono traditori né tradimenti. Non è un caso che dopo oltre centocinquant’anni dall’Unita d’Italia la questione meridionale non sia risolta, né il gap esistente nel Sud recuperato. Eppure, non sono mancati politici meridionali ai vertici dello Stato unitario. Già agli albori del secolo scorso i meridionali Francesco Crispi, Vittorio Emanuele Orlando e Francesco Saverio Nitti furono a capo del governo italiano. Così nel dopoguerra, allorquando la lista dei ministri dei vari governi repubblicani era infarcita da politici siciliani, pugliesi, calabresi, laziali e campani. È questa la testimonianza incontrovertibile di come la classe politica meridionale abbia maturato colpe storiche, incapacità evidenti. Si trattava di un ceto incline a conquistare il potere, sacrificando e piegando la politica al clientelismo, alla convenienza personale, alla carriera, al perenne compromesso coi blocchi sociali più disponibili a barattare voti con privilegi e rendite politiche. La Campania non ha fatto eccezioni. Non le ha fatte allorquando buona parte dei cittadini più avveduti ed emancipati si era convertita prima al liberalismo di Cavour, Rattazzi, Ricasoli e successivamente al trasformismo di Agostino De Pretis ed infine ai fasci di combattimento di Mussolini. Tutto senza battere ciglio, nel solco dell’aurea regola di assecondare il potere e la sua benevolenza. Erano trasformazioni sociali nelle quali la ricca borghesia spodestava la vecchia nobiltà, prima borbonica, poi sabauda. Un affresco storico che Tomasi di Lampedusa ha delineato mirabilmente nel Gattopardo. Negli anni, c’è da chiedersi, cosa sia veramente cambiato nell’etica pubblica e nella prassi politica, cosa abbia contato e cosa conti il ceto politico campano a Roma. Nel secondo dopoguerra, la rappresentanza di governo era stata forte in Campania e, seppur criticata, era considerata, tollerata e votata, quindi legittimata dagli elettori. Nonostante il diffuso familismo amorale, non mancarono opere pubbliche ragguardevoli per il Sud. Quel mondo è da tempo alle nostre spalle, tutt’ora orfano. Oggi in Campania, nel generale qualunquismo, uomini di destra si candidano alle Regionali col candidato della sinistra, favorito nei pronostici. Uomini di sinistra tacciono perché temono d’essere emarginati dallo stesso governatore e fanno buon viso a cattivo gioco. A destra i nani di Forza Italia ancora litigano per quel poco che è rimasto, dopo tanto scempio e tanta incapacità politica. Intanto, incalzano le indagini giudiziarie sulla sanità, che sfioreranno appena lo scaltro e previdente De Luca, come già avemmo a scrivere. Lasceranno però la solita ombra lunga del malaffare, concetto che a Roma domina nelle considerazioni sui politici campani. È appunto questa la tara antica che ci perseguita e che ci limita. Un’eterna riprovazione, un marchio d’infamia, una lettera scarlatta.

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