I figli di Medea

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Risale ad oltre quattrocento anni prima di Cristo la tragedia che il greco Euripide rappresentò in teatro col titolo di Medea. Il termine in greco antico significa scaltrezza, persona votata a qualunque tipologia di pensiero e d’azione pur di raggiungere lo scopo prefissato. La tragedia narra della vendetta di una donna tradita dal mitico Giasone, amore per il quale aveva abbandonato il re suo padre e ucciso il fratello. Ma fu ripudiata dal consorte, che le preferì la figlia del re di Corinto. Così Medea, con uno stratagemma, fece ardere viva sia la sua antagonista che il padre di lei, infine uccise i propri figli, per lasciare senza prole Giasone.
Si tratta di una tragedia che viene a mente leggendo la sentenza del Tribunale di Trento con la quale è stata interdetta la patria potestà alla madre di bambini per violazione dell’obbligo vaccinale. Positivi i commenti con richiami alla carta dei diritti del fanciullo, ove si afferma che i bambini non sono proprietà dei genitori, ma anch’essi portatori di diritti e di tutele come chiunque altro. Un’affermazione di principio che a prima vista può apparire ovvia e scontata e finanche opportuna in uno Stato di diritto. Tuttavia, non è proprio così. Il cittadino ha diritti preesistenti allo Stato e porta con sé diritti incoercibili. In un Paese liberale gli individui sono portatori di valori e diritti nei quali lo Stato non può interferire, se non per maggiori e comprovate esigenze collettive. Il legame di sangue tra genitori e figli appartiene ai diritti acquisiti ed indisponibili allo Stato. I figli sono diretta espressione dei genitori e possono essere affidati, in determinate circostanze, allo Stato e non ceduti in gestione. Altro diritto indisponibile è la inviolabilità del proprio corpo. Le leggi che obbligano un individuo a sottoporsi a trattamenti sanitari violano quel principio. In questo ultimo caso, può intervenire l’eccezione che l’esercizio di tali prerogative da parte del singolo cittadino non debba mettere in pericolo la comunità. Insomma, esiste un limite alle libertà individuali, se queste minacciano le libertà collettive. Nel caso dei vaccini o di altre forme di intervento coercitivo, occorrerebbe accertare se il pericolo delle infezioni, che il vaccino “dovrebbe” evitare, sia o meno un reale pericolo per la comunità. Se il pericolo viene dal morbillo, rosolia, citomegalovirus, scarlattina o tetano è ovvio che queste patologie non hanno evidenza epidemica di natura tale da mettere a rischio la salute generale. Gli altri tipi di vaccinazioni contro le epatiti, la meningite, la difterite, il vaiolo, si possono valutare e scegliere di fare in età non pediatrica, con successiva valutazione dello stesso soggetto che le deve ricevere. Principi che nazioni emancipate come la Svezia, l’Inghilterra , la Germania e il Canada applicano costantemente lasciando liberi i cittadini di scegliere. Sorvolo sulla dietrologia e sui sospetti che gli interessi economici e commerciali abbiano ammorbidito politici, governanti, università, scienziati e ricercatori a suon di dollari. Quel che qui interessa non è il moralismo, ma l’informazione. Una semplice informazione: lo Stato che mostra i muscoli alla madre a cui sottrae la potestà sui bambini è lo stesso che consente ai produttori di vaccini di godere di legislazioni favorevoli e di aporie giuridiche. Leggi che consentano ai produttori di non aver l’obbligo di dichiarare l’esatta e completa composizione del farmaco vaccino. Che fine avranno fatto i diritti dei consumatori, innanzi agli interessi dei produttori, non è dato sapere. Come tuttora ignoti sono i dati registrati dall’anagrafe vaccinale istituita dalla Legge Lorenzin. Nessuno sa quanti e quali casi di eventi avversi abbia procurato l’obbligo vaccinale. Si sa, invece, che in questo caso lo Stato è sonnacchioso e consente ai produttori di farla da padrone. Affermare queste cose semplici quanto vere, procura a chi le dice la patente di no vax, come se conoscere l’esatta composizione del vaccino e gli eventi avversi sia un atto eversivo, scientificamente scorretto. Infine, ecco l’altro aspetto che la sentenza non garantisce. Se i bambini hanno diritti e tutele a prescindere dai genitori, perché a questi bambini, già concepiti e quindi esseri umani a tutti gli effetti, lo Stato non garantisce il diritto alla vita? Perché un bambino deve poter essere tutelato solo dopo la nascita e non prima, allorquando costituisce comunque un essere vivente, non ancora nato? Bisognerebbe domandarlo ai magistrati ed ai governanti in questa nazione ove la vita si nega, salvo poi garantire ai sopravvissuti il diritto alla salute. Insomma, i nostri figli devono vivere soggetti all’esproprio coercitivo dello Stato, affidati nelle mani di una Medea che uccide gli embrioni a suo piacimento, salvo poi rivendicarne il diritto di cura in esclusiva.

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