L’indignazione inutile dell’Italia

Tutto molto italiano, avrebbe detto Pietro Sermonti interpretando l’attore Stanis Larochelle nella serie cult “Boris”. Il gioco dell’estate 2020 – “Trova l’onorevole furbetto” – è davvero molto italiano. A partire dai protagonisti: non solo i 5 onorevoli che hanno disonorato la Camera, non solo la “casta” con i suoi straordinari interpreti, non solo i leoni da tastiera pronti ad azzannare alla giugulare i nuovi depositari di tutto il malcostume italiano. Ad aprire le danze infatti è stata l’Inps e la sua particolare interpretazione del concetto di privacy. È proprio dall’Istituto nazionale di previdenza che arriva l’innesco del giallo da portare sotto l’ombrellone: ci sono tre leghisti, un grillino e un IV (sembra l’inizio di una barzelletta) che a discapito del lauto compenso per le loro attività parlamentari hanno chiesto e (in tre) legittimamente (bene ribadirlo) ottenuto il bonus da 600 euro stanziato per dare ossigeno ai liberi professionisti in difficoltà. Si, noi magari si aspettava insieme notizie sulla cassa integrazione che ancora non arriva e invece l’Inps si lancia in indiscrezioni sui palazzi del potere. I nomi dei cinque cattivoni, però, non si possono fare per privacy. Curiosa, quantomeno, la gestione del concetto di privacy da parte dell’Inps. Ricordate la celebre falla al portale digitale il giorno della richiesta di erogazione del bonus? In quell’occasione il portale costato alla collettività circa mezzo miliardo di euro mostrò delle fragilità imbarazzanti (la ricordate, la storia della celebre variabile “pippo” nel codice?) non solo da un punto di vista tecnico ma anche di sicurezza dei dati personali. Vennero esposti in chiaro tantissimi dati sensibili di liberi professionisti, e per l’occasione l’Inps non aveva in organico un Dpo (responsabile del trattamento dei dati personali previsto dalla regolamentazione comunitaria sulla privacy – Gdpr). La gestì malissimo, la questione privacy. Roba che un privato avrebbe probabilmente dichiarato bancarotta per tre o quattro generazioni dopo un opportuno controllo da parte delle Forze dell’Ordine. Ma tutto si dimentica facilmente, in maniera molto italiana. Quindi oggi l’Inps può parlarci di privacy, dirci che 5 parlamentari hanno chiesto il bonus e poi raccontarci che non può fare i nomi. Praticamente, l’Inps la butta in caciara, e casualmente a ridosso dell’atteso voto per il taglio di parlamentari.

A pensar male, diceva Andreotti. Ma torniamo ai fatti e alla trasversale condanna di un gesto riprovevole. Privacy? Macché: da Salvini a Di Maio, attraversando tutto l’arco parlamentare, si chiede di tirar fuori in qualche modo i nomi di questi brutti ceffi. Crimi (M5S) si lancia addirittura all’urlo di “Onestà!” in una proposta raccapricciante: “Firmiamo tutti per rinunciare alla privacy”. Non comprendendo la gravità di tali affermazioni, in un periodo storico in cui l’Europa e il Mondo parlano di temi importanti come la tutela dei dati personali e la loro accessibilità. Ma anche fuori dal Palazzo, come nel caso di Mentana che parla di diritto degli elettori “a sapere” (ed è d’incanto di nuovo l’inizio del 2000 con Berlusconi e i suoi festini), il giustizialismo sembra prevalere sul legittimo dubbio che un Ente possa raccontare i fatti nostri con questa nonchalance. L’impressione è sempre quella: dare in pasto a violenti fustigatori social le malefatte altrui. Dobbiamo trovare i cinque, metterli sulla graticola, insultarli, sentirci migliori di loro. Dare a loro la colpa del diffuso malcostume italiano, di uno Stato allo sbando a causa di 1800 euro in meno, del sottosegretario che twitta “Libico” al posto di “Libanese” e del giornalista di TGCOM che scambia Sepulveda per Marquez. Cambia il singolo (o i singoli) contro cui scagliarci, ma non il concetto. C’è un Esecutivo che ha scritto una cosa inqualificabile che permette a gente da 15mila euro al mese di accedere a una misura a sostegno di chi ha difficoltà economica in maniera “LEGITTIMA”. Questo Esecutivo è espressione di un Parlamento e di una classe dirigente che abbiamo votato noi. E scrive cose del genere. Dal canto nostro, in maniera molto, ma molto italiana, guardiamo il dito ma non la luna. I 630 deputati e 315 senatori votati da noi, il Governo che dovrebbe essere espressione del popolo, gli amministratori e finanche i dipendenti Inps sono depositari delle chiavi delle nostre casseforti. Questi creano leggi stupide, investono mezzo miliardo per una piattaforma non funzionante, vanno tre settimane in vacanza come se non ci fosse granché da fare a Roma e il dramma – molto, molto italiano – sono cinque furbetti da 600 euro l’uno votati da noi.

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