Tengo famiglia

Vincenzo D'Anna

Che la rivoluzione grillina fosse miseramente fallita, sotto ogni profilo, credo sia cosa ormai risaputa ed al tempo stesso considerata come tale da buona parte dell’elettorato. Un fronte elettorale, quello che li ha sostenuti, molto variegato e che a tutt’oggi sondaggi, politologi, sociologi, giornalisti ed intellettuali non hanno, precisamente, identificato e catalogato.
Sono note, invece, le modalità attraverso le quali le menzogne architettate da Casaleggio & Co. furono diffuse, ovvero l’uso sistemico delle fake news immesse, con sapiente regia, nella rete web ed in quella catena di buontemponi collegata alla piattaforma web denominata Rousseau. Quest’ultima altro non si è rivelata che uno specchietto per le allodole, un sistema pseudodemocratico controllato a distanza, utilizzato per dare parvenza di legittimazione alle decisioni già assunte della ristretta nomenclatura societaria che gestisce il partito.

Il maggior consenso ai pentastellati è venuto dalle regioni del Sud, pertanto si può essere autorizzati a pensare che il reddito di cittadinanza abbia scaldato molti cuori e convinto molte delle immacolate coscienze. Tanti furono i clienti meridionali che, orfani delle segreterie politiche, spingevano per ristabilire governi di stampo sovranista, quelli che, per intenderci, utilizzavano la leva della spesa pubblica a debito crescente come sistema di gestione dell’esistente.
Il ricorrente richiamo all’onestà e alla superiore etica dei fini della quale era depositario il Movimento grillino, l’estremismo morale ed il tintinnio delle manette assicuravano larghi strati di elettori scontenti e della gamma di movimenti di varia foggia e colore. Un’accozzaglia di storie e di frustrazioni represse, quella coagulatasi intorno ai Cinque Stelle che, d’altro canto, dichiaravano di non avere bisogno di cultura ed idee, ma solo di buon senso e di onestà per governare, come in un comune circolo ricreativo.

D’altronde, chi mena vanto della propria ignoranza e la pone a presupposto del cambiamento delle istituzioni politiche e statali non ha avuto molte remore a cambiare cavallo in corsa. Cosa mai vista negli annali della politica, un presidente del Consiglio che si tiene in sella sposando prima l’intesa con la Lega e poi con il Pd. Un uso sfacciato del voto concesso dagli elettori, utilizzato in misura diametralmente opposta alla scelta precedente ed entrambe le scelte fatte in antitesi alle posizioni sbandierate in campagna elettorale. Insomma, la summa del qualunquismo e del trasformismo, che ci regala un sistema elettorale proporzionale. Un sistema che ha cancellato tutte le prerogative di scelta che il sistema maggioritario riservava agli elettori, in un quadro di alleanze chiare e dichiarate prima e non dopo il voto.
Non c’è chi non abbia visto quante siano state le gaffe dei ministri grillini, l’ignoranza imbarazzante emersa in dichiarazioni e documenti, l’aleatorietà delle proposte di legge, a cominciare dal tragicomico annuncio, dal balcone di Palazzo Chigi, della definitiva sconfitta della povertà. Hanno cancellato un terzo dei rappresentati del popolo presenti in parlamento, tuttavia hanno tenuto i posti di sottogoverno e dei consigli di amministrazione di circa diecimila aziende partecipate dallo Stato. Una pletora di oltre trentamila amministratori del quasi nulla, che costano centinaia di milioni di euro. Soldi sprecati che si sommano a quelli dei deficit strutturali di quelle aziende statali ove le tre male bestie descritte da Luigi Sturzo, lo statalismo, il clientelismo e lo sperpero del pubblico danaro, trovano sintesi perfetta.
Un nugolo di bellimbusti occupano prestigiosi posti di sottogoverno, esibendo come titolo abilitante il certificato di nascita a Pomigliano d’Arco e l’antica confidenza con don Luigino di Maio. E passino pure gli escamotage di scambiarsi i nomi dei parenti per poterli assumere come portaborse e assistenti parlamentari, le diarie e trasferte concesse a coloro che sono residenti nella capitale, le ricevute taroccate di versamenti mai fatti al Movimento, le migliaia di euro spese per il taxi fatte da coloro che camminavano, francescanamente, in monopattino. Il culmine viene toccato con le leggine fatte per i parenti, come quella che di recente il premier Giuseppe Conte ha inserito nel decreto rilancio, per depenalizzare il reato di mancato versamento ai comuni della tassa di soggiorno incassata dagli hotel. A beneficiarne anche il suocero Cesare Paladino, titolare di un hotel di Roma, che avrebbe “trattenuto” un paio di milioni di euro invece di versarli. Per un governo di giustizialisti che cancellano l’istituto della prescrizione dei reati sembra troppo. Anche per questi governanti occorre ripetere l’icastica espressione di Leo Longanesi, assurta ad epitaffio nazionale: “Tengo famiglia”.

*ex parlamentare

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