Io sono berlinese

Correva l’anno 1963. Le forze della libertà e della democrazia che governavano le nazioni libere dell’Occidente, si scontravano con quelle dell’Est Europa, sottoposte al duro tallone del regime sovietico. Una pesante cortina di ferro era stata creata da Stalin, per separare gli stati socialisti-marxisti da quelli a regime liberale ed economia di mercato. Una divisione politica, ideologica, economica e militare che trovava la sua plastica evidenza a Berlino, ove i comunisti edificarono un muro per dividere l’antica capitale della Germania e con essa, idealmente, tutto il mondo, libero. Fu in quella circostanza che il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy recatosi nella zona ovest di Berlino, pronunciò un discorso rimasto negli annali della storia europea. Si trattò di un atto di coraggio e di chiarezza innanzi al mondo intero, affinché tutti potessero distinguere i due diversi modi di agire e di intendere il metodo di governo delle nazioni . Da un lato governi eletti ed istituzioni democratiche, libertà economiche e civili garantite; dall’altro il partito unico, la dittatura liberticida dello stato socialista. Una dicotomia venuta già fuori con la feroce e sanguinosa repressione della rivolta del popolo ungherese contro la dominazione sovietica. Tutto l’Occidente comprese bene allora cosa significasse realmente edificare la cosiddetta “società socialista”. Il discorso pronunciato da Kennedy a Berlino si concluse con la celebre frase “Ich bin ein Berliner”: ovvero “io sono un cittadino di Berlino”. Una felice espressione in quella città, divisa in due, perché divenisse il caposaldo della libertà negata contro i regimi totalitari. Dopo oltre sessant’anni Robert Francis Kennedy Junior, nipote di quel presidente ucciso dopo pochi mesi a Dallas da mandanti rimasti ancora ignoti, è tornato a Berlino e ha parlato innanzi a circa cinque milioni di persone, cittadini scesi in piazza per protestare contro le ambiguità, le omissioni, le contraddizioni del governo tedesco sulla “vicenda coronavirus”, e la conseguente privazione di molte delle libertà personali. Chiunque abbia ascoltato, oppure letto un adeguato resoconto del discorso pronunciato da Kennedy Junior all’ombra della porta di Brandeburgo, credo abbia provato un sussulto interiore. Il suo è stato un esempio di alta politica e di idealità per fustigare un potere tanto vasto e tanto indeterminato, da poter mettere a repentaglio le libertà degli individui. Lo strumento per realizzare il progetto di asservire l’economia mondiale agli interessi dei plutocrati, di controllare i dati sensibili legati alla vita degli individui, di piegarli a regimi illiberali, secondo Kennedy, è la paura. La paura di una pandemia illustrata in termini apocalittici, rendicontata alterando la realtà delle cifre, uniformando l’informazione per creare un clima adeguato di preoccupazione. Non sta a me giudicare se siano tutte vere e certe le accuse che il nipote di John Fitzgerald ha lanciato a taluni grandi magnati che, a suo dire, trarrebbero vantaggi dalla gestione del terrore e dalla conoscenza dei dati personali di una gran numero di cittadini. Sono però certo che quello di Berlino 2020 sia stato un discorso di grande spessore ideale che non si udiva da tempo: un eloquio chiaro e semplice per declinare cosa debba chiedere il popolo ai propri governanti per mantenere alto il tasso di verità, di libertà, di conoscenza. Un potere costituito al quale non deve essere consentito di schierarsi a sostegno degli interessi dei grandi gruppi farmaceutici e finanziari. Governi che non devono approfittare delle circostanze per scopi poco leciti, non devono mistificare le cifre della pandemia e soprattutto non devono mentire sulla reale portata del pericolo e della letalità del virus della SARS-CoV-2. Kennedy junior si è soffermato anche sulla introduzione del sistema di comunicazione veloce 5G, il cui costo sarebbe di circa 2 trilioni di miliardi di dollari. Una cifra stratosferica che, se impiegata diversamente, da sola avrebbe potuto eliminare la fame nel mondo. Non è credibile che tanto danaro debba servire solo a velocizzare di qualche secondo le funzioni e le trasmissioni della moderna comunicazione. Più credibile è il sospetto che si voglia mettere mano sui dati della popolazione mondiale, potendone così controllare e prevedere le inclinazioni, i gusti, le opinioni, le intenzioni. Interrogativi chiari che non possono essere licenziati superficialmente con l’accusa di “complottiamo e disfattismo” come pure ha provato a fare qualcuno. Se milioni di persone si sono riunite a Berlino un motivo di fondo ci deve essere e tocca ai governanti porsi quelle stesse domande e fornire risposte e soluzioni adeguate. Quei cinque milioni di cittadini rappresentano idealmente l’argine contro i calcoli dei plutocrati e le intenzioni di dominio di chiunque pensi di utilizzare la paura come strumento per piegare il popolo ai propri disegni. Peggio ancora non tutelare il popolo, ma gli sterminati interessi in ballo sul controllo della economia mondiale. Non ci basta la democrazia formale: essa diviene sostanziale se ci sono uomini che fanno uso della propria onesta parola. Sono questi ad aver cambiato le sorti del mondo e liberato l’umanità da ogni barbarie.

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