Svimez, l’Italia è fatta a macchia di leopardo

Ernesto Paolozzi, docente di Storia della Filosofia contemporanea presso l'università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Il rapporto SVIMEZ ci presenta per il dopo pandemia un’Italia a macchia di Leopardo. Da anni siamo abituati a leggere rapporti che presentano un paese a due velocità, più rapido il Nord e parte del Centro a rilento il Mezzogiorno. L’impatto della pandemia ha, almeno in parte, modificato questo schema. Al netto dei dati numerici sempre incerti per la loro natura astratta e ancor più incerti in un paese con un alto tasso di evasione fiscale e lavoro nero, al netto dei dati numerici, emerge chiaramente che il Mezzogiorno ha sofferto meno del Nord e di gran parte del Centro in termini di perdita del PIL. Al Sud perdono di più la Campania e la Puglia, probabilmente perché l’economia di queste regioni è più complessa, più articolata e, dunque, più esposta agli effetti della crisi globale. Lo stesso motivo per cui le regioni del Nord subiscono un rallentamento maggiore. Insomma, i più “ricchi” pagano di più le conseguenze della crisi economica indotta dall’epidemia. Bisogna dire che anche intuitivamente i dati trasmessi dal rapporto SVIMEZ trovano un riscontro evidente nei comportamenti dei cittadini, nel clima generale che si respira. Ma se si distoglie lo sguardo dalla fotografia dello stato attuale e si passa a visionare il film che immagina lo svolgimento futuro delle condizioni economiche dell’intero paese ci si accorge che le regioni del Nord, ad eccezione, pare, della Liguria si riprendono più rapidamente di quelle meridionali e che, un dato questo da vagliare attentamente, regioni del Centro come le Marche e l’Umbria, scivolano verso le condizioni del Sud.
La situazione, ovviamente, è drammatica per tutti, gravissima se si passa ad analizzare la dimensione della disoccupazione che, comunque, colpisce sempre di più il meridione. Immaginare che la situazione si risolva da sola con il passare del tempo sarebbe un grave errore. Il massimo che ci potremmo aspettare è di tornare al passato, al divario preesistente con l’aggravante di essere tutti più poveri. Pagheremmo tutti non solo in termini economici ma anche in condizioni sociali ed esistenziali. Bisogna intervenire in qualche modo cercando di governare il processo in atto. Anche la lenta Unione europea si è resa conto della gravità del momento e ha allentato i vincoli e investito ingenti somme per far fronte alla crisi. Dopo anni di fiducia nel mercato e di sospetto per l’intervento dello Stato, oggi tanti, compreso molti liberisti, ritengono che si debba ripensare l’intervento pubblico come sostegno per la ripresa e come garante dell’equità sociale. Per il sud si tende a ripensare la storia di quella Cassa per il Mezzogiorno esaltata nei suoi primi anni di vita e, in seguito, additata come il male assoluto. Premessa storiografica per ripensare un intervento dello Stato per affrontare la questione meridionale mai risolta. Difficile non essere d’accordo ma è altrettanto vero che non si potrà semplicemente tornare al passato. Le mutate condizioni dell’economia mondiale e, soprattutto (mi permetto di ricordare che lo predico da anni) il rapido sviluppo della tecnologia impongono di ripensare completamente anche l’intervento pubblico. Avremo occasione di parlarne altra volta. Non mi pare, lo dico a malincuore, che l’attuale classe dirigente sia all’altezza della situazione come si può facilmente constatare dal semplicismo, dal moralismo e dal conservatorismo con il quali si tratta la questione del lavoro da remoto, una grande opportunità che rischia di diventare una traversia per insipienza di parte del mondo imprenditoriale e superficialità della classe politica. Ma la speranza è l’ultima a morire.

*Docente Storia della filosofia

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