Referendum, il corto circuito della democrazia

Ernesto Paolozzi, docente di Storia della Filosofia contemporanea presso l'università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Tra pochi giorni si voterà per il referendum sul taglio di un certo numero di parlamentari. Sarà, con molta probabilità, un altro giorno difficile per la democrazia liberale ormai ridotta al lumicino. La prima questione riguarda la partecipazione al voto. Sarà bassa, molto bassa come si prevede? Per paura di contrarre il virus Covid 19 o per generale disinteresse dell’opinione pubblica?
E ci sarà molta differenza fra quei territori dove oltre al referendum si vota anche per le amministrative giacché sembra probabile che dove si vota anche per comunali e regionali il voto referendario dovrebbe giovarsi di un effetto di trascinamento? Sarebbe un’altra anomalia da aggiungere alle altre come quella, ad esempio, costituita dalla possibile difficoltà degli anziani e delle persone fragili ad andare ad affrontare file e assembramenti ai seggi. La seconda grande questione è l’intreccio fra questioni di merito e posizionamento politico. Poiché il taglio dei parlamentari è stato sostenuto negli ultimi tempi soprattutto dai cinque stelle (per il passato anche molti comunisti e molti liberali erano favorevoli al taglio anche se in un più generale quadro di riforme istituzionali), gli avversari del movimento pentastellato si sono schierati decisamente contro. Ma attenzione, si è schierata contro solo ciò che rimane di un’opinione pubblica informata e qualche sparuto intellettuale giacché la maggior parte dei partiti ha ritenuto di schierarsi, sia pure senza grande impegno, per la diminuzione dei parlamentari.

Perché? Le destre, molto probabilmente, perché avvertono che i loro elettori e simpatizzanti divenuti negli anni sempre più populisti e qualunquisti avrebbero comunque votato in favore del taglio e i partiti di governo per timore che una vittoria del no avrebbe potuto mettere in discussione la stabilità di un esecutivo che dovrà gestire l’enorme flusso di denaro per la ricostruzione post epidemia.

La condizione dei grillini , poi, è per tanti aspetti paradossale paradossale. La vittoria del si appare come una vittoria dell’antipolitica così come si è sviluppato il dibattito politico in questi anni. Ma ora la politica sono loro, sono il governo. Il gruppo parlamentare pentastellato, inoltre, è il più rappresentato in Parlamento e, fra decadenza elettorale e taglio dei parlamentari verrà falcidiato. Si salveranno i capetti e qualche raccomandato: il trionfo della casta, anzi dalla castina. Così quel popolo che voleva vendicarsi dei Prodi e dei Berlusconi, dei Bersani e dei Renzi si ritrova i Prodi, i Berlusconi, i Bersani e i Renzi in compagnia di Salvini e della Meloni e di un gruppetto di opportunisti e piccoli faccendieri che decideranno del suo meschino destino. Il popolo sarò salvato dall’Europa? Dal cauto democristianeggiante Giuseppe Conte? Da Mattarella? Chi sa. Per ora naviga in cattive acque, bastonato e deriso. E non può nemmeno lamentarsi perché la responsabilità è tutta sua. La democrazia rappresentativa vive un lento e ci auguriamo non irreversibile declino. In Italia e ciò che è più grave in tanti altri paesi del mondo occidentale. Non saranno piccole riforme di ingegneria costituzionale a salvarla.

Ci vorrebbe un grande movimento di idee e passioni per ricostruire una consapevolezza popolare, una visione nuova della democrazia rappresentativa. Ma, avvertiva già Tocqueville, in democrazia si può fare tutto ma non si può parlare male del popolo. E, così, la democrazia diventa una tirannia. Ecco il corto circuito.

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