Omotransfobia, la nostra società messa alla prova

In Italia c’è un interesse per i fatti di sangue che a volte trascende nel morboso; la cronaca sembra spesso catturare quell’attenzione che eventi meno cruenti non riescono a suscitare.
Ci sono però anche casi così drammatici che sgomentano e indignano la cittadinanza per motivi evidenti: uno di questi è l’uccisione di una ragazza ventenne a Caivano e il pestaggio del suo compagno, per mano del fratello di lei. Com’è noto, costui ha dichiarato che non intendeva uccidere la sorella, ma intendeva punirla perché “infettata” dal compagno, un ragazzo transessuale.
Non c’è quindi alcuna possibilità di negare che sia un caso di transfobia. In questi giorni, molti tra politici e cittadini hanno chiesto l’approvazione della proposta di legge Zan contro l’omotransfobia, che giace in un cassetto del Parlamento; si tratta di una misura impellente, ma comunque tardiva e, purtroppo, insufficiente. Non per un limite di questa legge, bensì della legge: non c’è approvazione parlamentare, infatti, che possa impedire di odiare.
C’è un pezzo del nostro Paese che ritiene giusto discriminare le persone per la loro sessualità e questa cosa, in aperto spregio dei principi costituzionali (e ancor di più di quelli che distinguono una società umana avanzata), va urgentemente impedita; la grande sfida per migliorare la nostra società è però quella di impedire che quell’odio nasca.
In larghe parti del Paese è infatti ancora dominante una cultura impregnata di un machismo tossico, che vede le donne come poco più che proprietà e le identità sessuali non binarie come delle deviazioni da eliminare – in casi estremi, con la forza – perché fonte di vergogna per l’intera famiglia della persona coinvolta. E la cosa peggiore è che, mentre per qualche decennio era forte lo stigma sociale su chi avesse pubblicamente espresso queste idee, negli ultimi anni questo sentire è stato più volte difeso sia surrettiziamente, minimizzando la gravità di questi comportamenti, sia addirittura esplicitamente, finanche da rappresentanti delle nostre istituzioni.
Chi si occupa di scienze sociali conosce la teoria della “Finestra di Overton”: anche la più estrema idea politica può essere resa accettabile, se adeguatamente diluita all’interno del dibattito pubblico e non sufficientemente contrastata da chi ne individua la pericolosità. Il vero problema è che troppo a lungo si è accettato che nel nostro Paese avessero cittadinanza posizioni retrograde e oscurantiste; come dimenticare, ad esempio, l’angosciante polemica sull’introduzione di una fantomatica “ideologia gender” nelle scuole, dalla quale sono derivate prese di posizione senza nessun fondamento?
Da un lato, dunque, l’approvazione della legge Zan è urgente per ribadire un principio: che i crimini d’odio mettono a rischio le fondamenta stesse della nostra convivenza civile e del nostro ordinamento democratico. Dall’altro, bisogna intervenire con una grande e vera opera di educazione alla diversità, a partire proprio dalla scuola, per sradicare definitivamente concezioni senza alcun tipo di base scientifica, indegne di essere riproposte nell’epoca in cui ci troviamo.

Lorenzo Fattori
Ricercatore universitario
Associazione Futuro Prossimo

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