Quando l’odio cieco diventa “normalità”

Napoli, 2020. Due ragazzi siedono sulle scalinate di un palazzo e parlano tra loro. Un uomo passa con la propria famiglia. Chiede loro di spostarsi. Lo fa in maniera dura, aggressiva. Vuole lo scontro. I ragazzi lo fanno passare ma non basta. L’uomo pensa bene (si fa per dire) di tirare fuori quella parola. Frocio. Per lui quell’aggettivo è la necessaria conclusione di quella piccola, insignificante storia. Sei un frocio. Quindi non hai il diritto di stare lì, di costringermi a chiederti di spostarti. Non dovresti proprio esserci. Non dovresti nemmeno esistere. Il solo fatto che io debba chiederti di spostarti è una inaccettabile perdita di fiato e di tempo, per me. Quando uno dei due ragazzi reagisce all’insulto, l’uomo perde il lume della ragione. Non solo mi fai sprecare tempo e fiato, mi rispondi, pure. Costringi il mio orecchio ad ascoltare la tua voce.
Un attimo dopo la notizia di “reato” arriva la sentenza: torno dopo, ora non posso darti quello che ti meriti. E torna, sì, con un commando di una decina di persone a volto coperto: calci, pugni, il sangue, le urla. I testimoni della vicenda sono tanti, ci sono anche dei militari, ma non appena gli aggressori si dileguano tutti tornano a sorseggiare il proprio drink. Il titolare del locale rimette a posto sedie e tavolini e la serata riprende come se nulla fosse successo.
Stavolta è andata così. Non ci sono stati morti. La prossima volta, quando qualcuno ci rimetterà la pelle, giornali e telegiornali ci faranno titoli, approfondimenti, sentiranno psicologi, sociologi, antropologi e qualche rappresentante delle istituzioni. Tutti cadranno dal pero, per l’ennesimo, imprevedibile, inevitabile fatto di cronaca. Un attimo di smarrimento e torneranno a voltarsi dall’altra parte.
Il sorriso di Willy, il 21enne ucciso di botte a Colleferro due settimane fa, campeggia ancora sulle bacheche social di molti, manifesto dell’indignazione un tanto al chilo che lava le coscienze di chiunque non si senta dalla parte del torto. Eppure, il ricorso alla violenza cieca sembra una reazione ‘normale’, scontata. Sdoganata e ampiamente digerita dall’italiano medio. Lo stesso si può dire di quel ‘frocio’ urlato in faccia ai ragazzi di piazza Bellini: non abbiamo fatto in tempo a seppellire Paola Maria, la 18enne del Parco Verde uccisa dalla paura del ‘diverso’ – perché ‘diverso’ è ritenuto il suo Ciro da chi ancora non ha capito che l’unica categoria che dovrebbe interessarci è quella di ‘persona’ – che già ci macchiamo dello stesso, orrendo delitto. Quanti altri Willy, Paola Maria, Gimmy e Jonathan dovranno immolarsi prima che l’odio cieco e l’ignoranza facciano altre vittime?
Vorrei che questa fosse l’ultima volta che ne scrivo. Ma, purtroppo, so che non sarà così.

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