Il lodo perduto

Non sono pochi coloro che hanno lamentato una scarsezza di argomenti trattati nella campagna elettorale appena conclusa in Campania. Assente, anche formalmente, un programma politico amministrativo che potesse fare intendere all’elettore, seppure per sommi capi, gli intenti e gli scopi che ciascun aspirante governatore e le coalizioni ad esso collegate si erano date per il prossimo futuro. Quello dell’assenza di un qualsivoglia indirizzo operativo conferma l’attuale pochezza di una politica tanto rarefatta quanto somigliante, che non è riuscita ad andare oltre gli slogan che troneggiavano accanto alle gigantesche foto dei candidati. Agli elettori sarà toccato scegliere il candidato utilizzando più paradigmi estetici che politici. E tuttavia, pur in questo vuoto pneumatico che ingloba l’agire politico ed amministrativo, qualche vecchio, tribolato argomento torna alla mente dei commentatori politici, se non a quelle decine di migliaia di cittadini che tuttora vivono in uno stato di precarietà abitativa. Sotto un tetto ritenuto allo stato dei fatti abusivo, sottoposto all’incombente pericolo di abbattimento. Si tratta di diverse migliaia di fabbricati edificati negli anni passati, in difformità alle normative urbanistiche vigenti. Cubature eccedenti, ampliamenti ed adeguamenti a necessità primarie familiari, unità abitative sorte in luoghi sottoposti a vincoli urbanistici, paesaggistici, naturalistici ed archeologici in una regione ricca di bellezze e di tesori da tutelare. Leggi spesso venute postume agli insediamenti abitativi e che, quindi, hanno creato anche disparità di trattamento tra elementi dello stesso nucleo familiare, tra chi ha edificato prima e chi dopo i vincoli ed i divieti di legge.

Ci sono anche i grandi abusi, le speculazioni, alcune di natura e di provenienza malavitosa, frutto del connubio tra politica e malaffare, che vanno abbattuti senza ulteriori lungaggini e che deturpano da decenni luoghi vietati. Lungaggini dovute alla materiale mancanza delle enormi disponibilità finanziarie, necessarie alla pubblica amministrazione, per poter provvedere agli abbattimenti. Non è quest’ultima la fattispecie che deve interessare la politica, quanto le migliaia di abusi di necessità, le piccole difformità nate da esigenze e spesso da abitudini diffuse nel tempo. Storie di intere comunità abbandonate a se stesse dalla permissività della politica politicante, dalla mancanza di senso civico ed un malinteso diritto alla casa, realizzato a prescindere dalle regole. Una bolgia di motivazioni, stati di necessità e lamentele che ciascuno accampa, nelle quali non mancano corollari che quello stato di cose hanno aggravato, se non determinato. In taluni ambienti, il mancato rispetto di leggi ha spesso favorito i forti e colpito i deboli, la cui unica arma di difesa è stata quella di invocare lo stato di oggettiva difficoltà ed il diritto naturale che si ha di poter vivere dignitosamente sotto un tetto. Spesso gli interventi della Soprintendenza ai beni architettonici e culturali, degli uffici tecnici di comuni, enti di promozione dei parchi e delle riserve naturali, hanno creato problemi, più che risolverli. Per decenni vari enti si sono palleggiati pareri sui piani regolatori che sono durati nel tempo.

La Campania ha pagato il prezzo più alto di questa logica perversa nella quale tutti erano coinvolti e nessuno responsabile. La Legge Berlusconi sul condono non fu mai applicata completamente in Campania, impugnata da Bassolino, applicata solo in parte con cubature da sanare ridotte e costi di sanatoria triplicati. Dopo qualche anno la Corte Costituzionale confermò l’impianto legislativo del condono governativo, ma da quel momento nessun cittadino campano ha potuto usufruire delle sanatorie complete a costi agevolati, come previsto dalla legge. Molte sono state le battaglie parlamentari su questo argomento, specie nei partiti di sinistra. Nel Pd al potere prevalse sempre l’ottusità di confondere gli abusivi con coloro che lo erano diventati perché non avevano potuto sanare l’abuso con il condono. E tuttavia gli stessi moralisti trovarono il tempo per varare un condono nell’Emilia-Romagna scossa dal terremoto, nel silenzio generale. Un silenzio che ha sempre caratterizzato quel centrodestra che non fu capace di rivendicare con forza la disparità che il popolo campano continuava e continua a subire. Neanche di appoggiare decisamente il Lodo del senatore Ciro Falanga che disciplinava la cronologia degli abbattimenti già resi esecutivi nel contesto campano, ove a voler eseguire gli abbattimenti dovevano reperirsi miliardi di euro e luoghi di deposito capaci di accogliere l’enorme quantità del materiale di risulta. Tutto fermo e tutto tace e di tanto in tanto qualche fabbricato viene demolito. Migliaia di cittadini sono affidati all’oblio delle pratiche giacenti nei polverosi archivi dei tribunali, offerte alla insipienza dei politicanti ed alla critica divoratrice dei topi.

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