Né truce, né duce

Foto Roberto Monaldo / LaPresse Nella foto Antonio Tajani, Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Il Centrodestra governa 15 delle 20 regioni italiane. E’ maggioranza elettorale nella Nazione. Se non fosse guidato da due sprovveduti e da un vecchio Cavaliere, avrebbe colto anche il successo nel referendum proposto dall’attuale governo giallorosso. Tranne la défaillance di Raffaele Fitto in Puglia, la pesante dèbacle di Stefano Caldoro in Campania era infatti largamente pronosticata, i risultati delle regionali, insomma, sono stati quelli attesi. Una messe di voti che difficilmente potrà tradursi in un celere ritorno dell’asse Lega-Fi-FdI al governo della Nazione. Lo impedisce sia la sconfitta referendaria del “No” che rende meno probabile un ritorno alle urne, da parte di parlamentari che troveranno 300 posti in meno da occupare, sia una legge elettorale proporzionale che non prevede premi di maggioranza né meccanismi di scelte in grado di favorire le coalizioni. Eredità, quest’ultima che il Centrodestra ha maldestramente avallato nella passata legislatura a riprova della cecità politica di coloro che oggi lo guidano e dell’assoluta mancanza di visione strategica di Salvini, Meloni e Berlusconi, abilissimi, invece, nella tattica politica spicciola. Certo occorre dare per prioritario il problema di fondo di dover risanare e rilanciare la politica, rifondando i partiti su altre e nuove basi, ovvero farne enti di diritto pubblico controllati amministrativamente e finanziariamente da un Autority indipendente. E tuttavia occorre affrontare l’esistente e ragionare con quello che atttualmente c’è sul tavolo e non con quello che, purtroppo, vorremmo ci fosse. Fare i conti, insomma, con quello che si è smarrito negli anni dell’ignoranza politica, della falsa rivoluzione grillina, dell’approssimazione gestionale, della vacuità di una proposta identitaria, che distinguesse le parti in competizione. Un retaggio dei partiti di stampo personale i quali, contrariamente a quanto asserito da molti politologi, non sono nati dal sistema elettorale maggioritario né sono spariti con esso. Una delle principali colpe del Centrodestra è stata l’abbandono di quel sano popolarismo che delegava direttamente agli elettori la scelta del primo ministro e della coalizione di Governo, se non la scelta di un Presidente della Repubblica con poteri e competenze ampliate. Risultato: tutto è finito nelle pastoie delle trattative post elettorali e della transumanza verso intese politiche in antitesi con le posizioni assunte innanzi agli elettori. Un esempio plastico deriva dalla situazione italiana attuale che vanta di aver avuto un identico presidente del Consiglio con due maggioranze di governo, di segno diametralmente opposto, ed entrambe realizzate in barba agli impegni elettorali assunti alla vigilia delle votazioni. Insomma, il Centrodestra ha ripudiato il popolarismo e la democrazia diretta, come dottrina dello Stato, per aderire al populismo sudaticcio del “Papete” e delle felpe salviniane. Il buco maggiore però si registra al centro dello schieramento, con l’implacabile dissoluzione di Forza Italia, un declino che pare essere in sintonia perfetta con gli acciacchi fisici del suo storico fondatore. Quest’ultimo, come la regina d’Inghilterra, non cederà mai lo scettro se non nella tomba, ma la cosa più triste di quell’evento sarà a chi consegnare quello scettro, perché possa almeno sopravvivere una forza politica che si dichiari liberale e liberista. Il dramma che proviene dagli esiti di questa ultima tornata elettorale consiste appunto nell’aver ringalluzzito gli statalisti e coloro i quali si apprestano a dispensare 200 miliardi di euro provenienti dall’Europa come se questi non fossero un ulteriore gravame debitorio da scontare con tasse di cui far carico la presente e la futura generazione. Parliamoci chiaro: una specie di ebbrezza pervade la politica: quella di poter gestire danaro ed accrescere la propria potenza e lo stuolo degli eterni clienti, che in quanto tali di mestiere faranno gli elettori. Anche in questo caso di scuola, inerente la dissipazione di danaro preso in prestito, non s’ode alcuna voce dall’opposizione cosiddetta “liberale”. Non un monito, non un biasimo alla politica keynesiana di ubiquitario intervento dello Stato nell’economia che, c’è da esserne certi, finirà come in tutti i casi precedenti, nei mille rivoli di progetti improduttivi della greppia statale. Sono temi seri e riflessioni responsabili che ben potrebbero costituire uno spartiacque distintivo tra centrosinistra statalista e centrodestra liberale. Invece si prosegue, da parte del “truce Salvini”, con l’uso delle leva della paura, della sicurezza, dell’invasione musulmana e della diluizione dell’etnia italiana. La verità? Mancano uomini di cultura liberale, quelli che caratterizzarono il Polo del Buon Governo e poi il Popolo delle Libertà. Insomma: vengano consiglieri vecchi e politici nuovi per riformare un’area politica che non ha bisogno né del truce né del duce.

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