Caso Camici, La moglie di Fontana al fratello: “Chiama l’assessore Cattaneo”

Foto LaPresse - Mourad Balti Touati in foto Raffaele Cattaneo e Attilio Fontana

MILANO – Mobilitare l’assessore Raffaele Cattaneo, a capo della task force di Regione Lombardia per l’emergenza covid-19. E attraverso di lui cercare di accelerare la firma del contratto di fornitura di camici e altri Dpi per 513mila euro assegnato alla Dama Spa, l’azienda di Andrea Dini, cognato di Attilio Fontana. É questo il consiglio che la moglie del governatore, Roberta Dini – che detiene una quota del 10% di Dama – dà al fratello. Non sapendo di essere intercettata, il 27 marzo scrive una serie di messaggi al fratello e socio: “Prova a chiamare assessore Cattaneo di Varese – è il suo suggerimento, perché in Regione Lombardia – sembra che siano molto interessati ai camici” o almeno “questo mi dice assessore al Bilancio Caparini”.

Parole che, per i pm milanesi, ben rappresentano il modo in cui, in piena pandemia, sarebbe stato gestito l’affaire camici. Roberta Dini, a differenza del fratello e del marito, non risulta indagata nell’ambito dell’inchiesta milanese coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romalnelli con i pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas. Per i magistrati, però, era al corrente di tutti i passaggi dell’operazione e “veniva costantemente aggiornata dal fratello sulla gestione della Dama” che distribuisce il marchio di abbigliamento Paul&Shark “e sulle difficoltà economiche legate al lockdown disposto a seguito dell’emergenza sanitaria da covid-19″.

E ancora: “Roberta Dini si confrontava regolarmente con il fratello e gli metteva a disposizione la sua rete di contatti”. Era stata proprio lei ad informarlo, dopo che il 16 maggio la fornitura di camici viene trasformata in “donazione” – per timore che un servizio di ‘Report’ mettesse in luce un possibile conflitto di interesse – “del bonifico di 250mila euro disposto dal marito Attilio Fontana, a ristoro dei costi sostenuti per la fornitura dei camici sino a quel momento consegnati”.

Bonifico che Andrea Dini sconsiglia di fare perché, come spiega alla sorella il 25 maggio, potrebbe “mettere l’azienda nei casini”. La Dama, infatti, chiarisce l’imprenditore “mica può fatturare” i camici a Fontana, che vorrebbe compensarlo almeno in parte per il mancato guadagno. “Non va bene un bonifico tra privati. Digli di non farlo. Fa più danni”, dice alla sorella. Il governatore, però, ignora il suggerimento e proprio quel versamento finisce al centro di una segnalazione di operazione sospetta vagliata prima dalla Uif della Banca d’Italia e poi dal Nucleo Valutario della Guardia di Finanza, dando di fatto il là alle indagini.

Di certo, da quanto emerge da messaggi e intercettazioni, Dini non prende bene la richiesta di regalare i camici a Regione Lombardia perdendoci “oltre 400mila euro”. Un boccone amaro da mandare giù, anche perché l’imprenditore, tramite il suo direttore della produzione Paolo Zanetta, aveva saputo “da Raffaele Cattaneo che le aziende riconvertite avevano diritto a 10 milioni di euro da dividersi”.

Proprio Cattaneo, mobilitato da Dini, si era interessato affinché alla Dama arrivassero quantità sufficienti di “tessuto certificato” per produrre tutti i camici ordinati dal Pirellone. E quando aveva saputo che anche Dini voleva produrre Dpi gli aveva fatto sapere che in Regione “contavano su di lui, come sugli altri che hanno riconvertito la loro produzione, per rifornire l’intero sistema sanitario lombardo”.

L’affare sfuma anche Dini non ha scelta

Il 16 maggio, il giorno in cui viene formalizzata la donazione, Dini scrive a Zanetta, che “ovviamente tutti, dico tutti, sono nella lista di fornitori di camici: Armani, Herno, Moncler. Gli unici coglioni siamo noi”. E Zanetta: “Ma lo mandi a cagare e fatturiamo lo stesso”. Immediata la replica del cognato di Fontana: “Non posso”. (LaPresse)

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