Petrone in carcere, scatta la protesta

La mobilitazione dei familiari del ras del rione Traiano dopo il trasferimento in cella

NAPOLI – “Una vita non può valere una condanna”. Era questo lo striscione affisso all’esterno del carcere di Poggioreale nella giornata di ieri, quando è stata organizzata una protesta da parte dei familiari di Francesco Petrone (nella foto), del rione Traiano, che da mesi versa in gravi condizioni di salute. La protesta è stata organizzata dai parenti perché per lui è arrivata la decisione di revoca del regime dei domiciliari e un nuovo trasferimento a Poggioreale. “Vergogna, vergogna” scandivano le persone presenti all’esterno della casa circondariale. La manifestazione è poi rientrata dopo un faccia a faccia con un ispettore e un dirigente sanitario. “Siamo stati fuori al carcere – racconta il fratello di Petrone, Luigi Puccinelli – poi ci ha mandato a chiamare il dirigente sanitario e abbiamo deciso di abbandonare il presidio”. Le sue sono parole piene di amarezza. “Adesso è in carcere e resterà quindici giorni in quarantena perché così è previsto per le norme di contenimento Covid”. Poi una digressione su un calvario iniziato tempo fa. “Sei mesi fa ce l’avevano dato in fin di vita. Ebbe un’emorragia cerebrale, accadde il 24 aprile. Ci fu poi un ricovero al Cto e una serie di trasferimenti. Prima al padiglione Palermo del Cardarelli, poi ai domiciliari sempre al Cardarelli e un ulteriore trasferimento al Clinic Center di Fuorigrotta per la riabilitazione. Il 19 settembre sono poi arrivati ai carabinieri per arrestarlo”.

Ha 43 anni Francesco Petrone detto ’o nano, ed è indicato dall’Antimafia come un personaggio di spicco della mala del rione Traiano. Fu arrestato nel 2017 e in aprile fu colpito da ischemia. Il mese successivo arrivò per lui una anche una condanna a 19 anni di reclusione. Ieri il ritorno in carcere perché, secondo loro, i giudici Petrone può avere un’assistenza sanitaria adeguata anche in carcere. Ma cosa ne pensano i familiari? “Non insistiamo per farlo scarcerare, ma non vogliamo che muoia in carcere. E’ necessario che abbia assistenza a tutte le ore e che venga curato in maniera adeguata”. Della questione si sono occupati anche i garanti dei detenuti, quello regionale, Samuele Ciambriello, e quello cittadino, Pietro Ioia. “Conosco la storia di Francesco Petrone – afferma Ciambriello – Era in terapia intensiva e le condizioni non erano buone. Poi aveva ottenuto i domiciliari fino al nuovo trasferimento a Poggioreale. Io e Pietro Ioia saremo lì domattina (oggi, ndr), per vederlo e valutare le sue condizioni”.

“Chi vi scrive è attualmente detenuto agli arresti domiciliari”. Iniziava così una lettera inviata al nostro giornale scritta da Salvatore Petrone, il figlio. “Vi scrivo per mio padre Francesco Petrone, attualmente detenuto a Poggioreale”. Era maggio e tre giorni prima Petrone aveva incassato una condanna a 19 anni perché coinvolto in un’operazione contro i gruppi dediti allo spaccio nel rione Traiano. Quello del figlio fu il primo appello affinché venisse a rilievo la precaria condizione del genitore: “Nel 2014 ha subito un grave incidente stradale – spiegò – che gli ha portato varie conseguenze. Ha subito un’operazione importante e gli è stata applicata una placca metallica sul cranio ed ha riportato una lieve paralisi al braccio destro”. Non solo. “Soffre di apnee notturne ed ha subito un’operazione al midollo”. Il problema sollevato dal figlio di Petrone, ma anche dalla moglie Carmela riguarda le cure e le perizie. “Mio padre è stato giudicato compatibile con la detenzione. Malgrado ciò, da circa un anno, gli fuoriesce sangue da un orecchio”. “Dal carcere non siamo stati neanche avvisati – scriveva – Si parla di vite umane. La privazione della libertà impone un dovere di tutela specifica da parte di chi l’ha disposta. Se non si protegge la salute, il passo con la tortura è breve. Nel 2020 non si può morire di carcere”. Cosa spera la famiglia Petrone? Che possa essere spostato in una struttura riabilitativa. “Se ha sbagliato vuole pagare, ma non con la vita”.

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