Armenia e Azerbaigian sull’orlo della guerra. Ue e Russia: stop alle violenze

Armenia's former president Serzh Sarkisian attends a session of parliament in Yerevan on April 17, 2018. Armenia's former president Serzh Sarkisian was on April 17 elected prime minister in a move the opposition says is designed to extend his chokehold on power despite protests in the impoverished country. / AFP PHOTO / Karen MINASYAN

MILANO – Armenia e Azerbaigian sull’orlo della guerra per la regione contesa separatista del Nagorno-Karabach. Pesanti combattimenti sono scoppiati domenica mattina tra le forze azere e quelle del territorio separatista, che è sostenuto dall’Armenia. Ci sono vittime, sia militari che civili, anche se non c’è un bilancio complessivo: almeno 16 separatisti del Nagorno-Karabach sono rimasti uccisi e 100 feriti, l’Armenia ha riferito poi di una donna e un bambino che hanno perso la vita, mentre il presidente dell’Azerbaigian ha parlato di vittime militari e civili senza fornire numeri.

La causa dei conflitti

Cosa abbia scatenato i combattimenti non è chiaro: Erevan e Baku si rimpallano le responsabilità. L’Armenia accusa l’Azerbaigian di avere lanciato attacchi aerei e con artiglieria nell’ambito di una “aggressione pre-pianificata” e sostiene di avere abbattuto elicotteri e distrutto tank. L’Azerbaigian, dal canto suo, sostiene di avere subito un bombardamento e che la sua sia stata una controffensiva, negando la distruzione di suoi carri armati. Il presidente azero, Ilham Aliyev, ha ordinato l’imposizione della legge marziale in alcune regioni dell’Azerbaigian e ha invitato al coprifuoco nelle grandi città. Anche il premier armeno, Nikol Pashinyan, come pure le autorità del Nagorno-Karabach, hanno decretato la legge marziale.

L’enclave armena

Il Nagorno-Karabach, enclave armena in territorio azero, è una regione montagnosa che si estende su 4.400 chilometri quadrati a 50 chilometri dal confine con l’Armenia. È sotto il controllo di forze di etnia armena sostenute dall’Armenia dal 1994, al termine di una guerra separatista. Da allora le autorità azere ne vogliono prendere il controllo e gli ultimi scontri risalivano a luglio, quando erano morte 16 persone. Sono in stallo da anni i colloqui di pace condotti dall’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che tenta una mediazione provando a rafforzare il cessate il fuoco del 1994 tramite il Gruppo di Minsk, con diplomatici di Francia, Russia e Usa.

Il rischio

Un aggravarsi del conflitto tra Azerbaigian e Armenia rischierebbe di coinvolgere altre potenze con interessi nel Caucaso. In particolare Russia e Turchia: Mosca dalla parte di Erevan; Ankara invece, che non ha relazioni con l’Armenia per via del nodo irrisolto del genocidio armeno, dalla parte dell’Azerbaigian. Non a caso entrambi i Paesi sono intervenuti. La Russia ha fatto sapere che il suo ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, sta “mantenendo intensi contatti per indurre le parti a cessare il fuoco e avviare negoziati per stabilizzare la situazione”. Notizia accolta in modo duro dalla Turchia: “L’Armenia ha violato il cessate il fuoco attaccando insediamenti civili. La comunità internazionale deve immediatamente dire stop a questa pericolosa provocazione”, ha fatto sapere Recep Tayyip Erdogan tramite il suo portavoce.

L’appello dell’Ue

Appelli a fermare le azioni militari sono giunti dall’Unione europea e dall’Italia, nonché dalla Francia. “L’azione militare si deve fermare con urgenza per evitare un’ulteriore escalation” e “un ritorno immediato ai negoziati, senza precondizioni, è l’unica strada da percorrere”, ha twittato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. E la Farnesina ha chiesto alle parti “l’immediata cessazione delle violenze e l’avvio di ogni sforzo, in particolare sotto gli auspici dell’Osce, per prevenire i rischi di ulteriore escalation”. Nell’Angelus, Papa Francesco ha detto che prega per la pace: “Chiedo alle parti in conflitto di compiere gesti concreti di buona volontà e fratellanza che possano portare alla pace non con mezzi violenti ma con il dialogo. Preghiamo per la pace nel Caucaso”.

(LaPresse)

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