Il sonno della ragione

NAPOLI – L’Italia è una nazione che non ha eguali al mondo. Nulla ne pareggia la bellezza del paesaggio e del clima, la ricchezza dei monumenti e delle testimonianze dell’antichità, le opere l’arte, l’inventiva, l’intelligenza e la capacità di adattarsi e fronteggiare adeguatamente le più disparate circostanze. Questo e tanto altro ancora potremmo mettere in evidenza sul Belpaese.
Tuttavia, esiste anche il rovescio della medaglia. La furbizia, il familismo amorale, il clientelismo politico, la precarietà del senso dell’etica pubblica e dello Stato. Questo e tanto altro ancora potrebbero rinfacciarci i detrattori della nostra Patria. Poiché in democrazia gli eletti somigliano ai loro elettori, la vita politica italiana risente parimenti delle contraddizioni e delle incongruenze presenti nel corpo sociale.
Contrariamente a quanto fatto intendere al popolo, non è mai esistita una casta di privilegiati politici che ha sistematicamente affamato il popolo, dilapidato le ingenti risorse economiche che hanno creato la voragine nell’economia statale e la montagna di debito pubblico. Eppure, la menzogna di illustrare come candide vittime gli elettori e crudeli sfruttatori gli eletti ha funzionato, producendo gli effetti sperati per ribaltare un’intera classe politica in nome dell’antipolitica.
Un sostegno a questa presunta rivoluzione sociale e politica è venuta da un corpo dello Stato, la magistratura, anch’essa pervasa da lotte intestine per il potere e per l’affermazione di un primato morale e fattuale sul ceto politico e parlamentare. Un ceto che si era spogliato delle guarentigie costituzionali, dell’immunità parlamentare, offrendosi come corpo inerme ad un potere, quello giudiziario, che aveva mantenuto le proprie prerogative e rafforzato gli ambiti di intervento, senza mai dover dare conto di niente a nessuno. Un insieme di fenomeni deprecabili e di delegittimazioni delle istituzioni, una furia iconoclasta che, di volta in volta, ha cancellato, controllato, condizionato il potere politico, sovvertendo anche gli esiti delle competizioni elettorali. Fattori, quelli fin qui descritti, che hanno determinato sia una diffusa sfiducia nella gente sia un odio sociale.
Consumati questi ultimi sentimenti, si è passati alla passività e al disinteresse della gente che sentiamo intorno a noi ogni qualvolta ci accingiamo a votare. Altri tempi quelli nei quali i principali partiti di massa e le loro cinghie di trasmissioni ideologiche, sociali e sindacali, egemonizzavamo l’attenzione ed orientavano gli elettori, facendoli sentire partecipi e protagonisti al tempo stesso delle scelte e del futuro. Non occorre scomodare sociologi e politologi per analizzare le cause della decadenza dell’interesse e della partecipazione alla vita pubblica, se non dicendo che a furia delle prediche dei nuovi profeti dell’anticasta e dell’antipolitica, il corpo sociale si è ormai assuefatto.
Se questo è comprensibile, per certi versi anche giustificabile, essendo la furbizia, l’esperienza e la diffidenza prerogative del popolo italiano, non si può far finta di non vedere che il limite alla critica ed al disfattismo è stato di gran lunga già superato. Non siamo più al cospetto di auspicati tempi nuovi, nel quadro di certezze e garanzie costituzionali. Ascoltare Beppe Grillo, teorizzare che la rappresentanza parlamentare non riveste più importanza, significa sminuire il valore del voto e della democrazia che elegge quelle rappresentanze. Udire dalla bocca del comico genovese che una dittatura è certo più efficiente di una democrazia, fa rabbrividire. Soprattutto se ricordiamo che questi è a capo del primo partito italiano alle ultime elezioni politiche, del gruppo parlamentare più numeroso presente in Parlamento, punto di riferimento politico di ministri e sottosegretari di Stato al governo della nazione.
Ma non s’ode alcuna rimostranza, protesta, oppure un richiamo alla continenza ed al rispetto della Costituzione Repubblicana. Non oso immaginare cosa sarebbe successo su taluni giornali, nelle sedi di taluni partiti politici, se una di queste asserzioni fosse stata proferita da un esponente del centrodestra. Si sarebbero mobilitati intellettuali con appelli e sottoscrizioni, dai più alti colli sarebbero venuti fermi moniti e chiamate alle armi contro il fascismo latente. Invece si dorme perché questo conviene alla stabilità del Governo, alle ambizioni degli aspiranti alla carica di presidente della Repubblica, ovvero ai voti dei parlamentari grillini, ai direttori di giornali antifascisti a senso unico, ai pensosi custodi della libertà della sinistra.
Tutti immemori del messaggio artistico e politico di Francisco Goya, il grande pittore iberico: il sonno della ragione genera mostri. Conviene tenerlo a mente quando qualcuno gioca a deprezzare la libertà e la democrazia.

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