Cucchi, carabiniere teste: “L’arma era in fibrillazione, modificarono il rapporto”

"Da quando uscì la notizia della morte di Stefano Cucchi mi chiamavano tutti i giorni. Luciano Soligo (cui faceva riferimento la stazione di Tor Sapienza ndr) mi chiamò in coincidenza con l'uscita del primo articolo. Nell'Arma c'era fibrillazione".

Foto: Cecilia Fabiano-LaPresse

ROMA – “Da quando uscì la notizia della morte di Stefano Cucchi mi chiamavano tutti i giorni. Luciano Soligo (cui faceva riferimento la stazione di Tor Sapienza ndr) mi chiamò in coincidenza con l’uscita del primo articolo. Nell’Arma c’era fibrillazione”. È la testimonianza del carabiniere Gianluca Colicchio, sentito come teste nel processo sui depistaggi nel caso, che vede imputati otto militari. All’epoca dei fatti Colicchio era appuntato, di stanza a Tor Sapienza, dove Cucchi venne consegnato dai colleghi dopo il pestaggio avvenuto nella caserma della Casilina. Colicchio racconta che dopo la morte di Cucchi gli venne chiesto dai superiori di redigere un’annotazione su quella notte, ma il giorno dopo la stesura del suo rapporto gli venne presentata, per una nuova firma, un’annotazione che era stata modificata e che, per questo, lui decise di non firmare.

 Colicchio ricorda come il 27 ottobre del 2009, il giorno dopo aver redatto il rapporto che era stato inviato al maggiore Luciano Soligo, lui lo volle incontrare: “Mi mise davanti una copia dell’annotazione di servizio su Cucchi non firmata e mi disse di firmare. La firmai pensando fosse la mia, ma rileggendola mi resi conto che era stato cambiato un passaggio importante, per cui feci presente al maggiore che non era l’annotazione che avevo redatto il giorno prima, e dissi che non volevo fosse trasmessa perché ne disconoscevo il contenuto”.

Colicchio racconta che Soligo cercò di fargli cambiare idea. Telefonò al tenente colonnello Francesco Cavallo (all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma ndr) e glielo lo passò: “Cavallo mi chiese per quale ragione non volessi firmare l’annotazione e dissi a lui quello che avevo già detto a Soligo e cioè che non era ‘farina del mio sacco’ e ne disconoscevo il contenuto”.

Cavallo provò a convincerlo, spiegando che era stato cambiato “solo un passaggio”, “ma io non volevo sentire ragioni perchè mi ero reso conto che quella piccola modifica cambiava completamente il senso di quello che intendevo dire – sottolinea Colicchio -. Per cui presi l’annotazione e la portai via”.

Nella prima versione del documento, Colicchio scrive che “trascorsi circa 20 minuti Cucchi suonava al campanello di servizio presente nella cella e dichiarava di aver forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia”. Il passaggio venne modificato il giorno dopo con la frase: “Cucchi dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodita’ della branda in acciaio”. Anche sotto la seconda versione si legge la firma ‘Gianluca Colicchio’, che però non è stata riconosciuta dall’appuntato perché falsa.

Stamani è stato ascoltato anche un altro carabiniere che ha riferito di come Colicchio, in riferimento alle condizioni di Stefano Cucchi dopo il pestaggio, gli abbia detto: “Ma come si fa a pestare uno così?!”.


LaPresse

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