Cina, è scontro tra Vaticano e Usa. Ma Parolin: “L’accordo sui vescovi va avanti”

Il discorso di Pompeo contro la Cina è durissimo e molto esplicito

Foto Daniele Leone / LaPresse in foto il cardinale Pietro Parolin

ROMA – Tra Stati Uniti e Vaticano, ormai, è guerra fredda sulla Cina. A un passo dal rinnovo dell’accordo provvisiorio sulla nomina dei vescovi, nato due anni fa dopo 40 anni di gelo diplomatico, gli americani ‘placcano’ la Santa Sede con un Simposio sulla libertà religiosa organizzato all’Hotel Excelsior di Roma dall’ambasciata a stelle e strisce presso il Vaticano e aperto dal segretario di Stato Mike Pompeo. Tra i più acerrimi nemici della politica di Pechino.

Pompeo contro la Cina

Il discorso di Pompeo contro la Cina è durissimo e molto esplicito. Ma arriva anche dopo un articolo al vetriolo scritto dallo stesso segretario sulla rivista religiosa ultraconservatrice e anti-bergogliana ‘First Things’, pubblicato quando l’udienza con il segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, che si terrà domattina alle 11.20 a palazzo Apostolico, era già stata fissata.

L’accordo con il Vaticano

Uno strappo dietro l’altro, tanto più che in Vaticano si limano le ultime righe del rinnovo dell’intesa con la Cina, in scadenza il 22 ottobre. Parolin cerca di nascondere il disagio, fermandosi a parlare brevemente con i cronisti a margine del simposio, quando Pompeo è già andato via. “Se sono irritato? Non la chiamerei irritazione, ma sorpresa sì, per questa uscita che non ci aspettavamo, anche se conosciamo da molto tempo la posizione dell’amministrazione Trump e del segretario Pompeo in particolare, su questo tema”, spiega. Per il Vaticano, la sede giusta per parlare dell’accordo con Pechino era proprio l’udienza a porte chiuse che peraltro gli aveva accordato. Ma “ne parleremo”, giura. “Ci incontreremo domani e ci sarà modo di confrontarci”.

L’intesa con la Cina andrà avanti

Ad ogni modo, l’intesa con la Cina andrà avanti, almeno per parte vaticana. La difesa e la promozione della libertà religiosa e della pace nel mondo è “lo scopo principale della diplomazia pontificia”, sottolinea nel suo intervento Parolin: “Noi esistiamo per questo, nel momento in cui non difendessimo la libertà religiosa verremmo meno alla nostra natura e alle nostre finalità”. La politica è quella dei “piccoli passi”. Spiega poi: “Crediamo che ogni risultato anche se non è eclatante, anche se non è vistoso, anche se magari all’inizio sembra non dare grandi risultati, però è un passo in avanti verso l’affermazione anche di una maggiore libertà religiosa”.

La linea di Pompeo

Non la pensa così Pompeo, che nel suo intervento, davanti al Segretario per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, non usa mezzi termini. “In nessun altro luogo la libertà religiosa è sotto attacco più che in Cina. Questo perché, come tutti i regimi comunisti, il Partito comunista cinese si considera la massima autorità morale. Un PCC sempre più repressivo, spaventato dalla sua stessa mancanza di legittimità democratica, funziona giorno e notte per spegnere la lampada della libertà… soprattutto la libertà religiosa, su una scala orribile”, dice.

La replica del Vaticano

Parole che non piacciono al ‘ministro’ degli Esteri vaticano Gallagher, che lascia l’appuntamento più alterato di Parolin. Si fa inseguire e quando qualcuno gli chiede se non pensi che ci sia stato un tentativo di strumentalizzare il Papa in questa operazione, mentre Washington è in piena campagna elettorale, risponde lapidario: “Beh, Sì. È una delle ragioni per cui il Papa non lo riceve”. In effetti, Pompeo aveva chiesto di vedere Francesco, ma è stato respinto: “Il Papa l’aveva detto chiaramente che non si ricevono personalità politiche in campagna elettorale”, insiste Parolin. Il cardinale invita a evitare di usare l’accordo come leva elettorale: “Mi pare che usare questo argomento non sia opportuno per ottenere il consenso. Perché è una questione che non c’entra niente con la politica, è una questione intra-ecclesiale”.

I punti di disaccordo

A Gallagher però non piace neanche la modalità con cui si è organizzato il simposio, che non ha minimamente coinvolto il Vaticano. “Quando si preparano le visite a così alti livelli si negozia l’agenda in privato, è una delle regole della diplomazia, i cancellieri parlano tra loro e poi si decide”. Lui, nel suo intervento, la parola ‘Cina’ non la pronuncia mai: “Non mi avete sentito pronunciare il nome di nessun Paese, non nominiamo e non ‘biasimiamo’ nessuno”, afferma. E poi affonda: “D’altra parte, mi hanno dato solo due minuti per parlare, se mi avessero invitato a parlare per 40 minuti, avrei detto di più”.

(LaPresse/di Maria Elena Ribezzo)

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