Monsignor Caputo: la Chiesa è Madre e va servita con un ‘eccomi’

CASERTA – Monsignor Tommaso Caputo nominato da Papa Francesco amministratore apostolico della Diocesi di Caserta a seguito della scomparsa del compianto vescovo Giovanni D’Alise. Monsignor Tommaso Caputo è nato ad Afragola il 17 ottobre 1950. E’ stato formato al sacerdozio presso il Seminario Arcivescovile di Napoli ed ha conseguito la Licenza in Sacra Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione “San Tommaso d’Aquino”. Il 3 settembre 2007 Papa Benedetto XVI lo nomina arcivescovo titolare di Otricoli e nunzio apostolico a Malta e in Libia. Il 10 novembre 2012 Papa Benedetto XVI lo nomina arcivescovo-prelato di Pompei e delegato pontificio del Santuario della Beata Vergine del Rosario. Nel settembre 2019 è nominato assessore dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
S. E., ci può raccontare come le è stato chiesto di diventare Amministratore Apostolico della Diocesi di Caserta?
“Ho ricevuto la richiesta tramite una telefonata dalla Santa Sede, a nome del Papa, e ho risposto con prontezza perché la Chiesa è Madre e va servita con un “eccomi” permanente”.
Come ha accolto questa sua nomina da parte del Santo Padre? E come sta preparandosi all’incontro con la sua nuova Diocesi?
Ho accolto con responsabilità questa nomina e intendo compiere ciò che il Papa mi ha chiesto con tutto il mio impegno, continuando a servire la Chiesa di Pompei che è la Chiesa affidatami da Papa Benedetto otto anni fa. Mercoledì mattina ho già incontrato il Vicario Generale e alcuni sacerdoti della Curia casertana e sabato 10 ottobre (domani ndr), nella Cattedrale di Caserta, presiederò una Concelebrazione Eucaristica con la partecipazione dei sacerdoti e di una rappresentanza dei fedeli laici, nel rispetto delle norme anti-Covid.
Che eredità raccoglie dal compianto vescovo Giovanni D’Alise?
“Monsignor D’Alise era un Pastore dal cuore generoso, sempre vicino alla sua gente, testimone autentico e credibile dell’amore di Dio per ogni uomo e soprattutto per chi è nel bisogno. La sua improvvisa scomparsa ha suscitato profonda commozione in tutta la Terra di Lavoro e nella Chiesa italiana. Lascia una preziosa eredità alla Chiesa e al popolo di Dio a Caserta, che egli ha servito fino al sacrificio estremo. La pandemia ha piegato le sue forze fisiche ma, possiamo dire, ha posto in luce ancora di più la tempra di un consacrato pronto ad accettare ogni sofferenza e a offrirla al Signore come è chiesto al Buon Pastore che ha a cuore il proprio gregge.
Qual è il suo messaggio ai fedeli?
Come ho già detto durante il primo incontro in Curia, mi pongo nella scia della testimonianza di Monsignor D’Alise. Servirò la cara Diocesi di Caserta per il tempo necessario alla nomina del nuovo Pastore. Sarà un tempo di preghiera e di preparazione ad accogliere il Vescovo che il Papa designerà. È un tempo nel quale dobbiamo sentirci e realmente essere più uniti e solidali nella ricerca dell’essenziale. Sulle tracce lasciate da Mons. D’Alise, costruiremo insieme la nuova strada verso l’edificazione del Regno di Dio, il vero orizzonte a cui ogni diocesi è chiamata a guardare. Affido il mio servizio nella Diocesi di Caserta alla protezione della Vergine del Santo Rosario e dei patroni San Michele Arcangelo, Sant’Anna e San Sebastiano.
Quali parole intende rivolgere ai medici e agli infermieri che in questo momento stanno affrontando questa pandemia e si prendono cura delle persone malate?
Vorrei esprimere la profonda gratitudine per la loro testimonianza di dedizione agli altri. Tutti noi dovremmo imparare dai medici e dagli infermieri il dono totale di sé per un fratello o una sorella che soffre in un letto d’ospedale. Come si può restare indifferenti guardando le immagini degli operatori sanitari stravolti dalla fatica di una giornata vissuta in un reparto, nel pieno di un’emergenza sanitaria? Come non restare ammirati da chi trova il coraggio di rischiare la propria stessa vita per l’altro? Nella società contemporanea che, come c’insegna Papa Francesco, sembra affetta dalla “cultura dello scarto”, dall’indifferenza e dall’egoismo, i medici, gli infermieri, tutti gli operatori sanitari vanno in direzione opposta, quella della compassione, dell’altruismo, della solidarietà, del dono di sé. Sono un esempio anche per i sacerdoti, che, a loro volta, curano le anime e, in molti casi, non esitano a stare vicini alla gente. Ci sono state tante vittime di questa pandemia anche nel clero, come il nostro caro fratello Vescovo Giovanni.
Questo momento sta rinnovando l’Italia intera e anche il popolo di Dio?
Una pandemia è sempre un evento tragico nella storia di un popolo, in questo caso dell’intera umanità. Papa Francesco, però, nella celebrazione del 31 maggio scorso, ci ha messo in guardia da un pericolo: ‘Peggio di questa crisi – ha detto – c’è solo il dramma di sprecarla’. E restano scolpite nel cuore di tutti le parole che il Santo Padre ha pronunciato nella storica e solitaria preghiera del 27 marzo scorso, in una piazza San Pietro deserta: ‘Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato’. Dalle crisi si esce sempre migliori o peggiori, ancora più chiusi in sé stessi. La pandemia rinnoverà l’Italia e il mondo se sapremo farne tesoro, se cominceremo a vivere la nostra esistenza fondandola sul presupposto che non siamo sufficienti a noi stessi. Abbiamo bisogno di Dio se anche un minuscolo parassita, invisibile agli occhi, ci mette in pericolo e ci fa scoprire tutto il vuoto della superbia. Abbiamo bisogno degli altri perché, da soli, non usciamo dalle crisi e non andiamo da nessuna parte. Questo è un tempo prezioso che ci sta facendo capire, a prezzo altissimo e con uno sconvolgimento totale dei nostri stili e modelli di vita, quanto sia importante il tempo della riflessione, quasi annullata dai ritmi frenetici dei nostri giorni. Inoltre, certamente è aumentato anche il tempo della preghiera. Tantissimi sono stati i fedeli che, anche nelle settimane in cui sono state sospese le celebrazioni, hanno cercato nel silenzio dei banchi delle chiese rimaste aperte la vicinanza e la compagnia di Gesù e della Madonna.
Qual è il significato profondo di tutto questo?
E’ sempre più necessaria la cura della casa comune. In qualche modo la terra, violata nella integrità perfetta stabilita dal Creatore, sembra ribellarsi all’aggressione dell’uomo, che cede a logiche di profitto. Papa Francesco ha citato più volte un proverbio spagnolo: «Dio perdona sempre, noi uomini perdoniamo alcune volte sì alcune volte no, la natura non perdona mai». L’impegno dovrà essere quello di riprendere il ‘Vangelo della Creazione’, di amare e curare con tutto noi stessi la casa comune e i membri più fragili della famiglia umana.
E’ iniziato da poco il nuovo anno scolastico, cosa si sente di dire al mondo della scuola?
Victor Hugo ha scritto: “Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione”. Lo sapeva bene il Beato Bartolo Longo che, proprio con l’istruzione e la pedagogia dell’amore, donò una vita buona a migliaia di ragazzi che provenivano da contesti sociali di disagio. La scuola apre la mente e il cuore, spalanca orizzonti e, insieme, getta le fondamenta per il futuro. Vuoi essere felice, avere una famiglia, un buon lavoro, le risorse per gustare la bellezza dell’esistenza? Vai a scuola. Per questo era assolutamente necessario che le scuole, dopo tanti mesi, riaprissero le loro porte. Si assicuri la massima sicurezza sanitaria a studenti, docenti e famiglie, ma non si privino i bambini e i ragazzi della didattica in presenza. L’assenza d’istruzione provocherebbe, sul lungo termine, danni peggiori del virus.
I giovani possono essere un messaggio d’unità in un mondo che si divide?
Se da una parte i giovani sono quelli meno esposti ai rischi del virus, anche e soprattutto per la maggiore capacità di reazione, sono, però, dall’altro lato desiderosi di nuove opportunità e fiducia. Rassegnati e sfiduciati da un permanente precariato, temono ora che il futuro sia ancor più incerto. Questa generazione attende risposte concrete. Tutti siamo, dunque, chiamati ad una responsabilità, quella della ricostruzione, una ricostruzione che richiederà un nuovo cammino comune. Ci sarà bisogno di progetti di dedizione reciproca. Nel tempo della pandemia abbiamo, infatti, riscoperto la gratuità come dimensione e direzione dei nostri gesti. Ora è tempo, per tutti, di prossimità e cura.

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