Italia, un paese di giovani poveri

Era il 27 settembre 2018 quando un gruppo di ministri del Movimento 5 Stelle, affacciandosi da un balcone di Palazzo Chigi a Roma, festeggiavano l’abolizione della povertà. Sono passati oltre due anni da quel momento magico in cui il gruppo, capitanato dall’allora Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, annunciò che non c’era più da temere fame e miseria, spazzati via da un accordo sul Def destinato a far storia.

Ci ripensavo proprio in queste ore, guardando l’ennesima richiesta di manovalanza a basso costo tra le offerte di lavoro Facebook. Anzi, più che basso costo in questo caso era proprio richiesto “volontariato”: un sito internet d’informazione cercava autori a zero euro, ricordando che “non è una testata registrata”. “Si ricercano figure di articolisti freelance a titolo gratuito”, si legge nell’offerta di lavoro (o meglio dire beneficenza).

Un’aberrazione impietosa. Caso isolato? Fate un giro su LinkedIn, il grande network per i professionisti, e date un occhio a quante bellissime opportunità di lavoro sono inquadrate come stage, tirocini formativi o soluzioni quantomeno atipiche, lavorativamente parlando. Del resto, se sussistono queste modalità di lavoro creative, contornate nelle varianti per i giovani tipo Garanzia Giovani e così via., quale speranza abbiamo di cancellare in futuro, con l’ausilio delle generazioni che ora si immettono nel mercato del lavoro, la povertà come la descrive l’Istat? Secondo l’Istituto nazionale di statistica, come si evince dal “Rapporto SDGs 2020 – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”, circa un italiano su 4 è a rischio povertà ed esclusione sociale. E i dati si riferiscono al 2019, prima che la pandemia colpisse la Nazione. I nuovi futuri poveri già da un po’ non avevano tutele contrattuali, ormai avevano rinunciato all’idea della pensione, sono stati costretti a emigrare, avevano difficoltà oggettive ad accedere a un mutuo. Ora devono solo affidarsi alla preghiera e alle entità sovrannaturali. Non lo dico io ma sempre l’Istat che a luglio 2020 ci informa che il nostro sistema lavoro è talmente saldo e ben studiato che lo stop da lockdown avrebbe bruciato 600mila posti di lavoro che senza cig sarebbero quasi triplicati. E lo diceva mentre ci ricordava che la disoccupazione giovanile interessa il 27,6 percento della fascia in questione. Tutto normale in un Paese in cui il Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani Carlo Cottarelli, commentando le proposte di utilizzo del recovery fund, afferma: “La spesa per pensioni ha superato il 17 percento del Pil, più del triplo di quella della pubblica istruzione”. Un Paese per vecchi, insomma.

Ai giovani non resta che provare a entrare in un mercato del lavoro a bassissime tutele – per loro – che è diventato un mercato del lavoro a sé stante. Sì, vendere opportunità lavorative è un mestiere e per accedere alle migliori offerte occupazionali su internet bisogna prevedere una registrazione o un abbonamento per la maggior parte dei portali. La formazione va per la maggiore, soprattutto nelle nuove occupazioni digitali (creazione di contenuti, social media, PR etc.etc.), creando il circuito della “formazione a tempo indeterminato” in cui si continua a investire su sé stessi anche quando è abbondantemente passato il tempo in cui le competenze acquisite possono trasformarsi in reddito. Con i centri per l’impiego claudicanti, soprattutto al sud, sul web si vendono sogni per ogni tasca. Sogni che, difficilmente, possono essere trasformati in realtà. Ritorno quindi con la mente a quel balcone su cui venne annunciata l’abolizione della povertà e mi chiedo: la povertà di chi è stata abolita?

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