Zagaria: “Soldi e lavoro a un finanziere per salvare le ditte vicine al clan”

“Il militare mi fu presentato da un commerciante di Grazzanise”. Gli imprenditori avrebbero versato 30mila ciascuno per evitare i controlli. Il pentito: “Capaldo ne parlò con il boss”

CASAPESENNA – Un sedicente finanziere infedele, gli imprenditori del clan e i controlli fiscali da scongiurare (in cambio di soldi e di un posto di lavoro): sono i protagonisti della storia raccontata da Ciccio ‘e Brezza, al secolo Francesco Zagaria, al pm Maurizio Giordano. Ne ha parlato un anno fa (era il 22 ottobre del 2019, tre mesi dopo il suo pentimento) quando la Dda gli ha chiesto informazioni sui colletti bianchi vicini al boss Michele Zagaria.

Se il collaboratore entrò in contatto con il militare delle fiamme gialle è grazie ad un mazzonaro. “Tra il 2008 e il 2009 – ha riferito il pentito – Giuseppe D’Ausilo, commerciante lattiero caseario di Grazzanise, mi presentò una persone che si qualificò come un appartenente alla guardia di finanza di Napoli. Questo asserito finanziere aveva cercato, tramite D’Ausilio, che aveva conosciuto in un punto vendita nel napoletano, un contatto con gli ambienti imprenditoriali di Casapesenna”. Il militare sarebbe stato in possesso di una lista di società “destinatarie di una imminente attività di accertamento fiscale”.

“Mi disse che poteva aiutarle – ha dichiarato Zagaria – e che avrebbe richiesto in cambio un posto di lavoro per il figlio, facendomi il nome di Raffaele Galoppo, in quanto titolare di un’impresa che gestiva la centrale di sollevamento idrico del suo paese”. Ma l’uomo avrebbe voluto anche denaro. “Aggiunse che avrebbe richiesto 30mila euro per ogni ditta che avrebbe favorito facendo omettere quei controlli”.

Nell’elenco, ha riferito il pentito, c’erano i nomi di Francesco Martino, Giuseppe Capaldo, Galoppo “ed un imprenditore che gestisce un deposito di petroli a Casapesenna, da me chiamati – ha chiarito il collaboratore – i nipoti di Ugo Di Porzi”. Ciccio ‘e Brezza ha spiegato di aver girato la proposta agli imprenditori collegati alle ditte presenti nell’elenco. “Giuseppe Capaldo si rivolse direttamente a Michele Zagaria e a Francuccio Zagaria (cognato del capoclan, ndr). […] Ebbene – ha continuato – Michele Zagaria disse di non aver remore nel consegnarmi quelle somme perché poteva ciecamente fidarsi di me”. “I 30mila euro che ciascuno di loro (degli imprenditori, ndr) ci consegnò – ha proseguito – li portai una parte a D’Ausilio, una parte a questo finanziere e una parte la trattenni per me”. Nella lista, ha aggiunto il pentito, c’era anche Nicola Fontana detto ‘il vip’. “Tutti questi imprenditori non ricevettero alcun controllo”.

Negli anni successivi, ha fatto sapere Francesco Zagaria, il presunto finanziere che gli presentò D’Ausilio fu arrestato: “Vidi sul giornale la sua fotografia. Era stato arrestato perché, secondo quanto riportava il quotidiano, aveva chiesto delle tangenti ai titolari dei lidi balneari a Castelvolturno”. Il collaboratore di giustizia al pm ha raccontato anche del lavoro che avrebbe garantito ad un congiunto del finanziere. “Il figlio o il fidanzato della figlia, adesso non ricordo il cognome, venne da me inviato dal mio amico Salvatore proprietario di due archivi cartacei, uno a Cancello Arnone e l’altra sulla strada che da Capua va a S. Maria la Fossa. Questo Salvatore mi disse che era disposto ad assumere questo ragazzo e di farlo presentare i suoi uffici a Napoli”. Le dichiarazioni di Francesco Zagaria sono tra gli atti di inchiesta che hanno portato mercoledì mattina all’arresto di sette imprenditori indagati per associazione mafiosa. Alcuni erano presenti nella lista citata dal pentito. A finire nei guai sono stati Costantino, Giuseppe e Raffaele Capaldo, di 58, 53 anni e 65 anni. Con loro in carcere cautelarmente anche Antonio Fontana, 59enne, ex sindaco di Casapesenna, Orlando Fontana, 47enne, fratello di Pino Fontana (già condanna per camorra), Raffaele Galoppo, 58enne e Gennaro Licenza, 62enne. Nel collegio difensivo gli avvocati Giuseppe Stellato, Giovanni Cantelli e Vittorio Giaquinto. D’Ausilio e Salvatore, proprietario degli ‘archivi cartacei’ sono estranei all’indagine ed innocenti fino a prova contraria.

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