Ue in cerca di una strategia unica. Conte: “Recovery Fund parta al più presto”

Situazione complessa per tanti Stati

Riunione tra i capi di Stato all'Unione Europea (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)

BRUXELLES – Dare una risposta alla pandemia quanto più omogenea e coerente, coordinando gli interventi nazionali, aiutandosi il più possibile, evitando di bloccare le frontiere senza consultarsi. Con il Recovery Fund sul banco, i leader europei si confrontano in video-conferenza in una giornata doppiamente funesta, flagellata dagli attentati terroristici in Francia e da spaventosi numeri di contagi che non accennano a diminuire. In Francia si passa da 36mila ad oltre 47mila casi al giorno (ed è appena partito il lockdown), in Germania i numeri sono molto più bassi (16.774 positivi nelle ultime 24 ore, ma è comunque un record per la Repubblica federale).

A presiedere la riunione, da Bruxelles, è Charles Michel. In maglioncino nero e giacca blu, siede solitario al tavolo circolare che normalmente accoglie 27 persone. Michel ascolta le diverse posizioni nazionali. Difficile uscirne con una sorta di ‘lockdown europeo’. Ma Parigi e Berlino sembrano aver indicato la strada: ci sono poche alternative alle chiusure, magari modulate in base alla gravità della situazione.

Collegato da Palazzo Chigi c’è il premier Giuseppe Conte, alle prese -come quasi tutti i colleghi- con un nuovo balzo dei contagi giornalieri, passati in Italia da 25mila a quasi 27mila. Il premier, oltre ai numeri epidemiologici, guarda anche a quelli del Pil. “La risposta sanitaria non è alternativa a quella sociale ed economica – dicono dall’esecutivo -. Il Recovery Fund deve partire prima possibile”.

Alla fine della riunione, Conte spiega che lo stretto coordinamento tra Governi e Commissione europea è fondamentale per rispondere con rapidità ed efficacia alla nuova ondata. “Dai test al vaccino, alle app di tracciamento, alla condivisione di dati e necessità sulle terapie intensive. Le misure sanitarie anti-Covid hanno successo solo se coordinate in Europa”, spiegano da Palazzo Chigi.

Ed in effetti la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in conferenza stampa spiega che unire e standardizzare le forze in campo può essere la chiave del successo. Condividere i dati sulle terapie intensive, ad esempio, può aiutare lo scambio di pazienti tra Paesi (operazione per cui sono stati stanziati 220 milioni). La app Immuni e tutti gli altri programmi europei dovranno poter dialogare tra loro. E servirà “un download massiccio” perché, sinora, solo 50 milioni di utenti hanno scaricato gli strumenti di tracciamento sui loro cellulari.

Von der Leyen, che ha seguito di persona la sigla dei contratti di approvvigionamento per i futuri vaccini, sostiene che la prossima primavera si potrà arrivare ad una produzione mensile di 20-50 milioni di dosi. Quando i vaccini saranno realtà, verranno distribuiti a tutti i Paesi, in quantità proporzionali alle loro popolazioni. Le singole capitali, però, dovranno inviare al più presto i loro piani nazionali di vaccinazione.

Il vaccino, sottolinea Michel, non porterà miracolosamente ad una soluzione da un giorno all’altro. La stessa von der Leyen spiega che l’immunità potrà essere garantita al 50% o 75%, al 90% solo nella migliore e più remota delle ipotesi. Di conseguenza, bisogna continuare a lavorare sui test. E se è pacifico che il classico tampone dà risultati inattaccabili, diverso è il discorso sui tamponi rapidi antigenici. Michel auspica uno standard comune, da adottare in tutti i Paesi dell’Unione.

(LaPresse)

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