Usa 2020, ‘mail voting’: il pomo della discordia Trump-Dem e spettro di un non vincitore

Supporters cheer as Democratic presidential candidate former Vice President Joe Biden speaks at a drive-in rally at the Florida State Fairgrounds, Thursday, Oct. 29, 2020, in Tampa, Fla. (AP Photo/Andrew Harnik)

MILANO – ‘Mail voting’ sì o no? Il voto postale è sicuro o nasconde il rischio di brogli paventato da Donald Trump? Il servizio postale Usa sarà in grado di consegnare in tempo tutti i voti mandati via lettera? E che impatto avrà sul 3 novembre il placet della Corte suprema ad accettare e conteggiare i voti postali arrivati anche alcuni giorni dopo l’Election day (purché imbucati entro quel giorno) in Stati chiave come Pennsylvania e North Carolina (non invece in Wisconsin)? La polemica sul ‘mail voting’ che da mesi accompagna la campagna elettorale è tornata ad accendersi a pochissimi giorni dal voto, rendendo sempre più vicino lo scenario di un Paese senza un vincitore nella Election night.

Tutto questo, però, mentre nel 2020 della pandemia di coronavirus il cosiddetto ‘early voting’ – cioè il voto anticipato, che può essere espresso via posta o presenzialmente – è stato scelto da una quantità record di elettori, che l’hanno individuato come soluzione per evitare rischi di contagio: sono oltre 84 milioni gli statunitensi che hanno già votato. È stata ampiamente superata, dunque, la metà dell’affluenza complessiva delle presidenziali del 2016 che fecero approdare Donald Trump alla Casa Bianca (quattro anni fa avevano votato 138.846.571 persone, di cui circa 58 milioni anticipatamente).

Trump grida a brogli, Dem accusano le poste di sabotare elezioni

La polemica sul ‘mail voting’ si è sviluppata su più fronti. Innanzitutto da parte di Donald Trump, il quale sostiene che il voto postale comporti un alto rischio di brogli a vantaggio dei Dem e per questo ha avvertito che non riconoscerebbe un’eventuale sconfitta nelle elezioni del 3 novembre, paventando che si possa arrivare alla Corte suprema. Ma non solo: in estate i Dem hanno lanciato a loro volta un allarme sul ‘mail voting’, opzione tradizionalmente prediletta dal loro elettorato, accusando il numero uno dello US Postal Service (Usps), Louis DeJoy (alleato e donatore di Trump), di agire per sabotare le elezioni con ritardi nelle consegne dei voti postali.

Fino ad arrivare agli ultimi giorni: i ritardi del Postal Service sono effettivi, potrebbero volerci fino a 5 o 6 giorni per le consegne e il rischio è che i voti postali non arrivino in tempo, così i Dem hanno lanciato un appello per bocca di Nancy Pelosi: evitare il ‘mail voting’ e andare a votare di persona. A dare l’esempio è stato Joe Biden in persona: l’ex vice di Barack Obama ha votato presenzialmente nel suo Delaware.

Quanti votano via posta

In passato l’uso del voto postale era limitato ad alcune categorie (per esempio gli over 65, persone malate o cittadini che erano fuori dal loro Stato di residenza). Ma recentemente è stato esteso, tanto che nelle presidenziali Usa del 2016 se ne è avvalso circa un quarto degli elettori. Adesso, circa la metà dei 50 Stati Usa consente il ‘mail voting’ per tutti gli elettori che ne facciano richiesta, indipendentemente dal sussistere di condizioni specifiche come appunto l’età.

In particolare, in questa tornata del 2020 si stima che useranno il voto via posta circa 80 milioni di cittadini, più del doppio rispetto al 2016, visto che molti Stati l’hanno incoraggiato per evitare assembramenti nei seggi in piena pandemia di Covid-19. Addirittura nove Stati, più Washington D.C., terranno delle cosiddette ‘all mail elections’, cioè faranno votare soltanto via posta: Utah, Hawaii, Colorado, Oregon, Washington, California, Nevada, New Jersey e Vermont.

Trump contro mail voting, ma non contro Absentee ballot

La crociata di Trump contro il ‘mail voting’ ha un’eccezione: non riguarda il cosiddetto ‘absentee ballot’, cioè l’opzione del voto a distanza nel caso in cui ci si trovi fuori dal proprio Stato di residenza. A questa specifica opzione il tycoon non si oppone (anzi il presidente se ne è avvalso più volte, dal momento che si divide tra Washington e la Florida) perché sostiene che abbia maggiori garanzie rispetto al generico voto postale, un appunto che è stato smentito visto che sempre di voto per posta si tratta.

Quanto al voto postale generico, per lui sinonimo di brogli, a suo parere porterà alle “elezioni più corrotte” della storia degli Stati Uniti. Addirittura il tycoon durante un comizio in North Carolina, qualche mese fa, ha chiesto agli elettori di quello Stato di mettere alla prova il sistema votando via posta e poi presentandosi a votare ai seggi nell’Election Day.

La polemica sollevata dal repubblicano, tuttavia, non trova riscontri: negli anni sono stati segnalati alcuni episodi di frodi elettorali legate al ‘mail voting’, che hanno coinvolto sia repubblicani che democratici, ma diversi studi condotti sul tema non hanno trovato prove di frodi diffuse.

L’Usps, il buco di bilancio e il rischio ritardi

Ma non solo: il ‘mail voting’, dicevamo, è nell’occhio del ciclone anche per il rischio ritardi, una polemica questa guidata dai Dem. Tutto ruota intorno allo US Postal Service (Usps), cioè l’agenzia che si occuperà di consegnare i voti espressi via posta: l’agenzia sta affrontando dei tagli al budget, per cui si teme che abbia difficoltà a gestire l’enorme quantità di schede, ma al tempo stesso il tycoon ha bloccato ulteriori finanziamenti che erano stati spinti dai Dem (approvati dalla Camera a maggioranza democratica, si sono arenati al Senato a maggioranza Gop).

A luglio, subito dopo avere assunto l’incarico a maggio del 2020, il direttore generale delle Poste Usa, Louis DeJoy, ha adottato una serie di cambiamenti: per esempio il taglio degli straordinari e dei viaggi di consegna, nonché lo smantellamento di diverse macchine di smistamento della posta. E ad agosto le Poste Usa hanno avvertito di un rischio ritardi. I democratici hanno allora accusato DeJoy di avere cambiato le modalità di gestire la posta in modo deliberato per “sabotare le elezioni”.

In risposta, il Postmaster General ha motivato le sue scelte con il buco di bilancio di 160 miliardi di dollari con cui le Poste Usa devono fare i conti, ma ha anche assicurato che “faremo tutto ciò che è in nostro potere per consegnare le schede in tempo”. Lo Us Postal Service affronta effettivamente un buco di bilancio derivante principalmente dal fatto che, a differenza delle altre agenzie governative, non funziona con i soldi dei contribuenti, bensì conta sulle entrate derivanti dai servizi e, negli ultimi anni, il volume delle consegne ha subito un consistente calo. Non va dimenticato, tuttavia, che nella settimana prima di Natale il servizio postale Usa consegna in genere molte lettere: secondo quanto riportano i media Usa circa 2,5 miliardi di lettere, cioè circa 500 milioni di cartoline al giorno.

Il rischio di una election night senza vincitore

In molti Stati Usa, sia gli elettori che avevano fatto richiesta di voto postale ma non hanno ricevuto in tempo la scheda sia quelli che non l’hanno ancora ri-imbucata con il voto espresso, possono ancora decidere di presentarsi a votare di persona nell’Election Day. Una situazione che rischia di ritardare ulteriormente l’esito: ai seggi potranno esprimere un cosiddetto ‘provisional vote’, un ‘voto provvisorio’, che diventerà effettivamente conteggiato solo dopo che verifiche incrociate (che richiedono tempo) avranno confermato che quell’elettore non aveva già espresso la sua preferenza con ‘early voting’.

Questo, insieme al fatto che in North Carolina si potranno conteggiare voti arrivati fino a 9 giorni dopo e in Pennsylvania fino a 3 giorni dopo, e oltre allo spettro di un ricorso di Trump alla Corte suprema in caso di sconfitta, fa pensare che il 4 novembre gli Stati Uniti potrebbero svegliarsi senza sapere se li aspettano altri quattro anni di ‘Make America Great Again’ o il ritorno di Joe Biden alla Casa Bianca, stavolta come presidente.(LaPresse)

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