Cala il sipario, non lasciate solo il teatro

Oscar Di Maio

di Oscar Di Maio*

Capisco bene che l’Europa, il Governo italiano e la Regione si trovano a fronteggiare una situazione di una gravità assoluta e per tanti aspetti sconosciuta: l’epidemia da covid che ha mietuto tante vittime e ha messo in ginocchio l’economia mondiale. Non mi faccio maestro ed anzi invito ancora una volta tutti, soprattutto i ragazzi, ad usare la mascherina, a lavarsi spesso le mani, a mantenere le distanze quanto più possibile. Detto, doverosamente questo, vorrei richiamare l’attenzione su un’altra forse piccola tragedia, ma comunque tragedia, che ha colpito il mondo dello spettacolo. La chiusura totale di teatri e cinema già colpiti e fiaccati dalla prima ondata di marzo, ha definitivamente abbattuto il settore. Si parla di grave danno arrecato alla cultura italiana, si lamenta che gli italiani già provati dall’epidemia hanno perso quel tanto di svago di cui pur si ha bisogno sul piano psicologico in momenti così difficili. Amici e colleghi attori, operatori dello spettacolo insistono nel dire che i teatri e i cinema sono sicuri, che tutti i responsabili del settore sono fortemente impegnati nel far rispettare i protocolli dettati dal Governo. Insomma si prova a dimostrare che i teatri non sono luoghi dove si diffonde il contagio. Non voglio entrare in questa discussione pure legittima. La tragedia è di tale vastità che mi sembra inopportuna discutere di questo. Si chiudono i ristoranti, si proclamano zone rosse, si ferma l’attività didattica in presenza, si limitano gli spostamenti e così via. Si chiudano anche, si dirà, i teatri. Allora il problema diventa un altro: la sopravvivenza economica e sociale dei lavoratori del teatro. Al pubblico gli attori appaiono, è noto, come persone particolari, spesso si confonde la vita privata con quella di attore quasi che attrici e attori fossero una sola cosa con i loro personaggi. Si immagina che vivano una vita diversa dalle persone comuni, si confondono i pochi, pochissimi personaggi di successo (ovviamente ricchi e spensierati) con la maggioranza degli attori. Invece, sono spesso lavoratori come tutti gli altri, anzi spesso condannati all’incertezza di un lavoro per sua natura precario ed esposto (come in questo caso del Covid) ad ogni evenienza. E con gli attori migliaia di altri lavoratori del comparto che non godono nemmeno dell’effimero successo che il teatro qualche volta elargisce. Se tutto ciò è vero come è vero, i lavoratori del teatro vanno tutelati come tutti gli altri lavoratori, vanno aiutati, non è retorica, a sopravvivere. Il rischio altissimo è che se gli aiuti, i finanziamenti (pochi per ora) che governo ed enti locali pur stanno approntando non arrivino nelle tasche di attori, scenografi, macchinisti, elettricisti, tecnici del suono etc ma solo degli organizzatori e dei gestori, come dire nelle uniche tasche che non hanno bisogno di riempirsi. Fatta eccezione di qualche sparuto teatro privato, nella maggioranza dei casi i teatri sono sovvenzionati dallo Stato in tutte le sue articolazioni. L’appello che rivolgo, dunque, agli amministratori, alla stampa, all’opinione pubblica è quello di essere attenti, di non lasciare soli i lavoratori del teatro. Agli amministratori, soprattutto, di immaginare provvedimenti che garantiscano veramente, seriamente, gli attori e gli altri lavoratori. Altrimenti sono soldi buttati.

*Attore

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