Smart working sì, ‘casufficio’ no

Foto Piero Cruciatti / LaPresse

Solamente in Italia poteva passare il concetto che la traduzione di smart working fosse lavoro domiciliato. Altrimenti gli anglofoni, che notoriamente sono persone semplici lessicalmente parlando, lo avrebbero chiamato house working o home working.
Non è la connessione da casa a rendere il lavoro smart, nell’accezione reale del termine. E’ l’essere svincolati da luoghi e orari utilizzando gli strumenti a nostra disposizione (digitali, perlopiù) per migliorare la nostra produttività e la qualità della nostra vita. Quello che vedo invece all’alba di un secondo lockdown intelligente è la trasformazione della casa in ufficio. Ossia, lavoro a domicilio.
Va bene per gli statali, i parastatali e tutte le altre categorie che lavorano un tot di ore perché è quella la metrica del loro impiego con conseguente retribuzione. Fai le 7 ore e 40, abbassi il monitor e se ne parla giustamente domani. Ben diverso è avere l’ufficio aperto H24 nella stanza affianco. Perché il lavoro smart non prevede biasimo se alle 7 di mattina non rispondo al telefono o alle 22 conto di potermi dedicare ad altro.
Smart vuol dire gestione del tempo e degli spazi che non può essere applicata allo stesso modo del lavoro subordinato inteso come lo abbiamo finora inteso. Smart vuol dire avere diritto alla disconnessione, non reperibilità ininterrotta. Smart vuol dire prima di tutto un modo di pensare e questo modo deve essere applicato a tutta la filiera. Avere la casufficio per fare lavoro d’ufficio non è smart, è tutto il contrario di smart. Vuol dire iniziare a ragionare lavorativamente in maniera intima e vivere l’intimità in maniera lavorativa. È mischiare i piani senza vivere bene né l’uno né l’altro. Quindi non facciamo ridere i polli quando a livello burocratico, sindacale e legislativo nominiamo questo “smart working” alla sanfason, per evitare di utilizzare altri termini per motivi di decenza, senza cambiare completamente il nostro approccio culturale al lavoro stesso. Smart vuol dire umanizzare la produttività svincolandola da tempo e spazio. Non disumanizzare la produttività svincolandola da tempo e spazio. Del resto, prima dello sdoganamento del termine “smart working”, delle leggi ben definite inquadravano questa tipologia (ancora poco diffusa) di somministrazione di lavoro. Parliamo dello smart working ordinario, che si distingue da quello “agile” tipizzato dal Decreto Rilancio in funzione della fase emergenziale di contenimento della pandemia, ossia lo smart working come lo stiamo intendendo in questi giorni.
Nello smart working ordinario, quello regolato dalla legge 81/2017, è necessario per l’erogazione dello stesso l’accordo tra datore di lavoro e dipendente su durata, recesso, tempi di riposo, diritto alla disconnessione, forme di esercizio del potere direttivo e condotte sanzionabili disciplinarmente. Tutti quei diritti che l’umanità ha conquistato in anni di lotta, per sintetizzare. Nella procedura agevolata attualmente in vigore almeno fino alla fine dello stato emergenziale (ora prorogato a fine gennaio 2021) non vi è obbligo di definire l’accordo. Così come non vi è obbligo di fornire la dovuta dotazione tecnologica ai lavoratori in smart. E mentre tra la didattica a distanza (Dad) e lavoro “agile” in casa arrivano a esserci quattro, cinque o sei pc che lavorano in simultanea, abbiamo assistito in questo delirio a fenomeni assurdi tipo i giardinieri municipali che si occupano del decoro urbano in smart working. Potando le piante in wi-fi.

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